Celebrity regista, sceneggiatore PLAY! Anno: 1998
   (Celebrity)

Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia:Sven Nykvist
Scenografia: Santo Loquasto
Costumi: Suzy Benzinger
Montaggio: Susan E. Morse

Un'altra commedia metropolitana (nel grigio bianconero di Sven Nykvist), ambientata nei luoghi canonici della New York medioalta: vernici di mostre, studi televisivi, grandi alberghi.

Interpreti: Kenneth Branagh (Lee Simon), Winona Ryder (Nola), Melanie Griffith (Nicole Oliver), Leonardo Di Caprio (Darrow), Charlize Theron ), Joe Mantegna (Tony), Judy Davis (Robin),

Nazione: USA
Produz: Jean Doumanian Product.
Distribuz: Cecchi Gori
Durata:
114'
Genere: commedia

Filmografia

La Trama:

Lee Simon, giornalista con velleità da scrittore e in crisi coniugale, decide di dare una svolta alla sua vita e inseguire il successo. Il cambiamento è rapido, ma mentre lui si perde, con risultati effimeri, nella New York dei vernissages, delle anteprime cinematografiche, delle dive e delle modelle, la moglie Robin conosce un produttore televisivo e si sistema professionalmente e sentimentalmente. Woody Allen mette in scena la decadenza del mondo dello star system con i suoi stessi celebri protagonisti.

 

La Trama lunga:

In tempi in cui persino un'esperta in fellatio pu ò acquistare notorietà internazionale, la celebrità genera mostri: depressi, isterici, nevrastenici, libidinosi senza controllo, tossici, narcisisti. Non lo sono tutti gli 11 personaggi principali (elencati, come il solito, in ordine alfabetico), ma quasi. Un'altra commedia metropolitana (nel grigio bianconero di Sven Nykvist), ambientata nei luoghi canonici della New York medioalta: vernici di mostre, anteprime di grevi film europei, gabinetti di chirurghi plastici alla moda, studi televisivi, grandi alberghi. L'azione del 9 film di Allen senza Allen interprete fa perno su una coppia di divorziati: l'inaffidabile Lee (K. Branagh che parla e si muove come W. Allen, ma non è il suo alter ego) e Robin (J. Davis bravissima a recitare in chiave isterica sopra le righe), insegnante che diventa una star della TV. Si apre e si chiude, sulle prime note della Quinta di Beethoven, con la parola HELP (aiuto), disegnata in cielo con il fumo, metafora ironica e malinconica della decaduta cultura occidentale senza più destini né eroi. E forse il suo film più affollato di dialoghi e più veloce e precipitoso nell'azione, a scapito forse della profondità. Già celebri due scene: la lezione di sesso orale simulato con una banana ("Quando lo fai, a che cosa pensi?" "Alla crocifissione") e la tempestosa sequenza in cui DiCaprio fa la feroce parodia di una megastar cocainomane.

 

APPROFONDIMENTI:

Budget: $12m (USA)
Gross: $5.032m (USA), UKP 462,200 (UK)
DEM 1,795,078 (Germany)
Production Dates: March 7, 1997 - April 12, 1997
Release Date: September 7, 1998 (Venice Film Festival), September 25, 1998 (NY Film Festival), November 20, 1998 (USA), December 19, 1998 (Italy), January 27, 1999 (France), April 8, 1999 (Germany), May 26, 1999 (Belguim), June 18, 1999 (UK), February 11, 2000 (Finland)

Links ufficiali: Miramax

Premi e riconoscimenti

  • Casting Society of America, USA
    Year 1999
    Nominated Artios Best Casting for Feature Film, Comedy
    Juliet Taylor
  • Csapnivalo Awards
    Year 2000
    Nominated Golden Slate Best Art Movie
    Nominated Best Cinematography
    Sven Nykvist


Curiosità

  • In the movie, Lee Simon is an alumnus of Glenwood High School. Author Woody Allen's alma mater is Midwood High School (class of 1953) on Glenwood Avenue.
  • Diroctor's Trademark: [writer]: Lee Simon is a magazine writer.

 

RECENSIONI

Al ritmo di una pellicola l'anno, Woody Allen continua a fornire agli spettatori saggi inimitabili di un'arte capace magari soltanto di fornire variazioni su una tastiera tematica ben definita ed ampiamente diteggiata in una oramai lunghissima filmografia: ciò non toglie che il Nostro continui ad incantare, rimescolando le carte con una abilità stregonesca, talvolta con un pizzico di mestiere tuttavia mai stucchevole.
Prendiamo questo "Celebrity":secondo le parole del suo stesso autore, "il film racconta la storia di due persone: per loro tramite gli spettatori vengono a contatto con la celebrità in tutte le sue forme, da quelle a livello nazionale a quelle celebrate nel privato".
In realtà, gli argomenti trattati sono quelli che sembrano divenuti costanti nell'ultimo Allen: la sensazione del fallimento quale mestissimo approdo (sia esso definitivo o provvisorio, si tratti della vecchiezza oppure del raggiungimento della linea d'ombra), la paura della solitudine, il sesso come antidoto provvisorio, l'amore che suscita speranza ed incute timore.
Così, sull'onda struggente di musiche dei bei tempi che furono, si snoda la ronde di personaggi bislacchi ed inteneriti, egocentrici e malinconici, struggenti e fedifraghi, ossimoricamente sinceri e bugiardi: l'innamoramento può esser detto all'improvviso, anche se ci si è trasferiti il giorno prima nella casa di un'altra donna, cui non resterà che gettar via per vendetta l'unica copia di un manoscritto probabilmente divenuto inutile perché la vita vera la vince sempre sulla finzione.
Alla fine, non resterà che ritrovarsi all'anteprima del mediocre Liquidator divorziati o riaccoppiati, imbarazzati od ilari, convalescenti o guariti: il buio della sala sarà pronto ad accogliere tutti, in un nuovo provvisorio equilibrio destinato a durare solamente l'espace d'un matin. O, chissà, neanche quello.

Francesco Troiano

RECENSIONE

Recensione di Emanuela Martini, "FilmTv" anno 7 n° 1:

Disarmante confessione personale e artistica firmata Woody Allen, Che attraverso il suo alter ego Kenneth Branagh racconta una storia di nevrosi e coppie in crisi. Un film non perfetto ma stupefacente e con un grande cast.

CelebrityMatrimoni che naufragano, analisi, chiromanti, terapie religioso-salutiste; nuovi incontri, nuovi matrimoni e delusioni; carriere che non decollano, si afflosciano, mutano bruscamente; romanzi in copia unica le cui pagine vengono disperse una a una tra le onde della baia da una fidanzata offesa, abbandonata nel momento stesso dell'inizio della convivenza; critici supponenti, pittori stordenti, modelle "polimorficamente perverse", attrici bulimiche, divi nevrotici; Manhattan, Central Park, Elaine's (ristorante "feticcio" a partire dai primi film di Allen); una Aston Martin del 1967, film nel film, vernissage e sfilate di moda, battute e citazioni a ruota libera. In un bianco e nero scandito e un po' intristito, Woody Allen torna a raccontare una storia newyorkese di coppie, nevrosi e crisi. «Ho compiuto i quarant'anni. Non voglio svegliarmi a cinquanta per scoprire che ho misurato la mia vita a cucchiaini di caffé», dice il protagonista, un giornalista che divorzia dalla moglie, si fidanza con una nuova compagna, ma non riesce a trattenersi dall' inseguire modelle sfolgoranti e camerierine intriganti, e che vorrebbe ricominciare a scrivere un romanzo incompiuto. E Kenneth Branagh, travolgente e istintivamente comico, che "mima" Woody Allen nella voce, le pause, i movimenti, nelle gaffe e nella maldestrezza. Film piccolo, stracolmo di riferimenti personali e di frecciate professionali, scritto e diretto in punta di penna, "Celebrity" rischia un po' la maniera: Allen torna sugli andirivieni sentimentali di "Manhattan" e gli incroci di coppie di "Hannah e le sue sorelle", ma senza il sottile dolore del primo né la perfezione narrativa e psicologica del secondo. Ma la leggerezza con cui Allen riesce a essere triste, un po' svuotato e volgare è sempre stupefacente, e il cast esemplare. E soprattutto, il grido muto e disperato, "Help", scritto in cielo dal fumo di un aereo, su cui il film si apre e si chiude, è una disarmante confessione personale e artistica.

 

Recensione di Alessandra Meo, "StradaNove", 10/09/98:

Fedele alla tradizione anche quest'anno Woody Allen ha presentato qui a Venezia '98 il suo ultimo film, Celebrity.
Cos'è la celebrità? un impedimento o qualcosa di cui non si puo fare a meno? E soprattutto quanto costa? Queste le domande che il buon Woody si pone e alle quali sembra, considerato che il film inizia e finisce con la parola help, non riesca a dare una risposta.
Protagonista della storia è un giornalista di viaggi insoddisfatto del lavoro e della propria vita (Kenneth Branagh, alter ego di Woody Allen che per l'occasione ne ha interiorizzato lo stile recitativo).
Alla ricerca di una nuova identità decide di divorziare dalla moglie e mettere mano a una sceneggiatura e ad un nuovo libro. Consapevole del fatto che per veder pubblicati i suoi lavori deve avere i contatti giusti si dedica alla frequentazione delle persone che contano. Incontra stars dai costumi disinvolti e bizzarri (Leonardo di Caprio distruttore di camere d'albergo alla maniera di Jhonny Depp), che giocoforza condivide, illudendosi di avercela quasi fatta, ma il dubbio e l'insoddisfazione riaffiorano inesorabili.
La ex moglie nel frattempo, dopo aver cercato di curare il dolore della separazione con ritiri spirituali e tentativi di chirurgia plastica, trova l'amore vero, si libera, grazie all'aiuto di una professionista, di alcune rigidità sessuali dovute alla mentalità cattolica (la scena più esilarante del film) e per di più diventa una star televisiva.
Questione di destino?
No, questione di equilibrio interiore, come chiaramente ci indica lo stesso Allen nell'evolversi della trama.
Il film, girato interamente in bianco e nero, è meno riuscito del precedente ("Deconstructing Henry") dal punto di vista registico, soprattutto è meno approfondito nella scrittura e questo è un grave handicap per chi ha sempre puntato più sulla comicità di parola che su quella di situazione. Quello che salta all'occhio è un ritorno ai temi cari all'Allen analisi-dipendente, che vanifica la speranza di chi in Henry a pezzi aveva intravisto la possibilità di un affrancamento del regista dalla psicanalisi.
Se amate l'Allen di "Mariti e Mogli" sarete delusi dalla scarsa introspezione. Se preferite la maniera di "Manhattan" rimarrete male all'idea che quei tempi non torneranno, molto probabilmente, più. C'è un'ultima possibiltà. Se conoscete e amate, comunque, Woody Allen, capirete che la Celebrity schiaccia e fa male quando è semplicemente subita e avrete comunque una speranza in più per il prossimo film.

 

INTERVISTA A WOODY ALLEN: CELEBRITY

Il regista parla di "Celebrity", il suo ultimo film già nelle sale italiane. Ancora la storia di una coppia in crisi, ma anche una satira feroce sulla celebrità e il suo mondo. Con un cast di grandi star che interpretano se stesse

Woody AllenPuntuale come un orologio svizzero il prolifico Alien ha appena finito di girare il suo ennesimo film. Deve solo montarlo. Dunque per ora è solo un numero: non l'ha ancora battezzato. Si sa soltanto che è interpretato da Sean Penn, Uma Thurman e Amandha Morton e che è la storia di un musicista degli anni '30 diviso tra due donne ("Accordi e Disaccordi"). Però, il fatto di aver concluso le riprese ha permesso all'autore di non mancare al romantico appuntamento con il Natale veneziano che ha coinciso quest'anno non solo con l'anniversario del suo matrimonio con Soon-Yi, ma anche con l'uscita di "Celebrity" che alla Mostra di Venezia non aveva potuto accompagnare.
Film che è già entrato nella storia del cinema per via di quella maldestra, esilarante simulazione di sesso orale in cui si lancia Judy Davis.

Ma è stato Clinton che si è ispirato a lei o viceversa?
«Pura coincidenza. Il film l'abbiamo fatto prima. Sono sicuro però che, in questo senso, il Presidente non ha bisogno d'ispirazione».

Fellatio a parte, si cita un pene di 8 piani, c'è una top model "polimorficamente perversa". A giudicare dai temi che affronta ultimamente, si ha l'impressione che anche lei sia più attratto dal sesso...
«Coincidenza anche questa».

Quali donne le piacciono di più?
«Quelle non bellicose. Non le sopporto quando imitano i maschi: sembrano quei travestiti che copiano le femmine enfatizzandone i lati peggiori».

"Celebrity" segue il diverso percorso di un'ennesima cappio che si divide. Crede che possa esistere un formula per salvare un matrimonio?
«No, è solo fortuna. È come vincere al Superenalotto. Ecco perché la maggior parte dei matrimoni sono fallimentari o il risultato di molti compromessi».

Quel mega Help scritto nel cielo che apre il film a chi è rivolto?
«Alla cultura. È il mio grido d'allarme. Io non sono così intelligente da capire come    si può rimediare, però sono sicuro che abbiamo preso una strada sbagliata spettacolarizzando tutto: il mio è un paese dove basta uccidere o fare fellatio per diventare famosi. La storia del nostro Presidente ci ha trasformati in barzelletta globale. E la celebrità è in prevalenza fasulla, raramente legittima, dovuta a qualità artistiche, come, ad esempio, si merita una Streisand. Invece è più famosa la Lewinsky passata di botto da uno stato di fellatria a quello di star. E si è talmente convinta di ciò che è andata a dire in giro ad una festa che io l'avrei chiamata per un film. Se fosse giusta per un ruolo, forse, ma non è andata così. Se l'è inventato».

CelebrityIn "Celebrity" l'unica persona che si stupisce per tutto questo delirio è la mamma italiana di Joe Mantengna...
«Perché appartiene a una diversa generazione: è spontanea, sensibile, non ancora annientata, contaminata dalle stupidaggini della Tv che hanno ormai rimbecillito tutti. Noi abbiamo un livello di alfabetizzazione bassissimo. Certo, la nostra si dice sia la più grande democrazia del mondo, ma, se studiamo le abitudini degli elettori, vediamo che, o non vanno a votare, o lo fanno seguendo i messaggi Tv. Si è ristretta l'esperienza e questo ha avuto un effetto devastante sulla cultura».

Perché' ha scelto Branagh?
«Inizialmente cercavo un americano perché io scrivo in questa lingua, ma volevo un attore sensibile, fisicamente normale, non bellissimo e lui era il più giusto. Oltre al fatto che riesce ad esprimersi con un perfetto accento americano. E poi, essendo anche regista, mi ha facilitato nel mio compito. E stato piacevole il rapporto con tutti. La Griffith, Winona Ryder, Judy Davis, con cui è già la quarta volta che lavoro, sono magnifiche professioniste».

E Leonardo DiCaprio?
«E bravissimo. Diventerà come De Niro o Al Pacino. Quando l'ho scelto non era ancora uscito il "Titanic". Lo straordinario successo che ha ottenuto mi ha reso felice. Ho pensato: porterà un sacco d'incassi anche al mio film. Ma non è andata così».

Come va con 1e nevrosi?
«Evito, come sempre, i tunnel e, se devo viaggiare, lo faccio solo con un aereo privato. Vivo per più di 10 mesi all'anno in un raggio piuttosto limitato di Manhattan dove ho tutto quel che cerco: spettacoli, ristoranti librerie. Certo, circoscrivo la vita, come fanno i nevrotici, e non ne sono orgoglioso, ma tutto sommato mi è andata fin troppo bene, considerando che sono stato anche cacciato da scuola e non so proprio dove sarei finito se non avessi avuto questo talento».

Che legittimamente le ha dato celebrità. Come ci convive?
«Piuttosto bene. L'unico handicap è la mancanza di privacy. Ma non è drammatico. Sono troppi i vantaggi e penso proprio che ora farei molta fatica a rinunciarci».

Le dispiace non aver mai vinto Oscar?
«No. il mio vero godimento è fare film. Questo mi basta. Una volta finiti se hanno successo o no per me è irrilevante. E non m'importa se dicono che sono un genio o un imbecille, l'unica cosa che mi preme è mettermi a lavorare al prossimo film».

Tratta da FilmTV n° 1

Che cosa c'è che non va nel cinema, oggi?
«Secondo me che il cinema che la letteratura dovrebbero essere in grado di variegare la propria offerta in modo che vi possa essere una molteplicità di espressioni. Io non sono contrario all'idea che parte della produzione cinematografica sia l'espressione di una cultura popolare, né sono contrario ai film fatti di grandi effetti speciali o alle commedie un pò banali; la cosa che più mi duole è che non sembra esserci oggi posto per il cinema serio, per il grande cinema. Questo è il problema. Ci dovrebbero essere per il pubblico più possibilità di scelta. Invece, per come è strutturato oggi il cinema da un punto di vista economico, l'unica motivazione per mandare avanti un progetto sembra essere quella degli utili, del profitto. E' questa la vera crisi del cinema».

Ma per lei qual'è il ruolo del filmmaker?
«Non credo che ci si debba preoccupare della funzione dell'artista anche perché non credo che ne esista una in particolare. Da una parte ci sono filmmaker che desiderano lanciare con i loro film un messaggio educativo, dall'altra ci sono registi che desiderano invece raccontare i propri demoni, le proprie crisi personali e così via. Purtroppo oggi però il cinema si sta appiattendo ad un livello piuttosto banale, superficiale e i film di prima qualità sono rarissimi. E questo risponde anche ad una scarsa domanda di prodotti di qualità da parte del pubblico, anche da quella fetta di pubblico formata da giovani colti e questo perché la loro conoscenza del cinema, quello con la C maiuscola, è molto limitata. Se nomini loro Antonioni, ad esempio, non sanno nemmeno che è un regista».

I suoi personaggi sono persone sempre più superficiali, che conversano di argomenti sempre più triviali. Cosa c'è dietro questa vacuità nei rapporti interpersonali degli americani che lei ci racconta?
«Siamo ormai ossessionati dalla banalità e credo che questo derivi dalla qualità che ritroviamo nella televisione. La televisione, per mandare in onda cose ventiquattro ore al giorno, è costretta a riempire i palinsesti di banalità e porcherie, che dunque ci perseguitano per tutto il giorno e diventano parte integrante delle nostre esistenze e argomento di conversazione. Negli Stati Uniti, spesso, l'unica cosa che unisce un gruppo di persone è il fatto di guardare la stessa trasmissione televisiva e quindi finiscono col condividere le battute, i riferimenti, le idee e c'è dunque una banalizzazione ulteriore del quotidiano».

Cosa ne pensa di Leonardo di Caprio come attore?
«Un gran bene. Ho scelto Leonardo prima che partecipasse a "Titanic". Lo avevo visto ne "La stanza di Marvin", perchè Diane Keaton è una mia vecchia amica. l'ho chiamata per saperne di più su questo giovane interprete e lei mi ha detto che era un attore eccellente e mi ha suggerito di guardare "Buon Compleanno Gilbert Grape", altro film di cui Leonardo era stato interprete. ne ho subito apprezzato le doti di attore e quando stavamo scritturando i vari interpreti per "Celebrity" il suo nome era nella lista dei candidati, così lo abbiamo scelto. Sei mesi dopo è scoppiato il caso "Titanic" e Leonardo è diventato una star. Inutile dire che per noi è stato come vincere una lotteria. Infatti io ho subito pensato: "magnifico, adesso tutti verranno a vedere il mio film!", ma non è stato così e quindi, invece di essere io a lanciare questo giovane talento, l'ho ritrascinato in basso. Vorrei però sottolineare che ho un'immensa stima di Leonardo che oltre ad essere un bel ragazzo è anche un magnifico attore e se riuscirà a mantenere il controllo delle sue immense capacità, predico per lui una carriera splendida, alla stregua di quella di Robert De Niro e di Al Pacino».

E il suo prossimo film?
«Ho appena finito di girarlo ma non ha ancora un titolo. Gli interpreti sono Sean Penn, Uma Thurman, Samantha Morton e Anthony La Paglia. E' una commedia agrodolce ambientata negli anni Trenta e racconta la storia di un musicista la cui vita è indissolubilmente legata a quella delle due donne co-protagoniste. Il direttore della fotografia è cinese e questa è stata la sua prima esperienza di lavoro fuori da Pechino. Il film dovrebbe uscire in America alla fine dell'estate. Non lo abbiamo ancora montato ma sono molto contento del girato perché la recitazione è ottima e la fotografia davvero bellissima. Se sarà un insuccesso, dunque, sarà solo colpa mia».

Tratto da Tempi Moderni

 

INTERVISTA A WOODY ALLEN

Woody AllenAll’età di sessantaquattro anni, anche Woody Allen deve iniziare a fare i conti con il tempo che passa. Il 1999 segnerà, infatti, i suoi trenta anni da regista con circa ventinove film al suo attivo e un impressionante numero di candidature e vittorie ai premi Oscar. Innumerevoli sono gli attori famosi che hanno lavorato con lui, infinito il numero dei suoi estimatori in America e in Europa. Ma Woody sembra anche stanco. Dopo molte donne, tre mogli, i problemi giudiziari che sappiamo, i libri, le apparizioni anche solo vocali in film come quello della Dreamworks Z, la formica, uno dei più grandi registi di sempre sembra perdere i colpi. I suoi lavori, le sue continue apparizioni a Roma, a Parigi e in giro per il mondo danno un’immagine frenetica di un uomo che in un quarto di secolo ha cambiato più volte la sua immagine, pur rimanendo coerente con se stesso. E adesso che addirittura va in tournée con la sua band di jazzisti sfruttando il suo talento di attore, il regista di pellicole come "Manhattan", "Ombre e nebbia", "Crimini e misfatti", "Radio Days", "Hannah e le sue sorelle", "Un’altra donna" si lascia andare a discutibili dissertazioni sulla celebrità e il divismo con il suo "Celebrity", in cui il suo ultimo alter ego sullo schermo ha le sembianze di Kenneth Branagh. Un genio come pochi, che speriamo ci smentisca e ci sorprenda ancora con il suo prossimo film, interpretato da Sean Penn e Uma Thurman e ambientato nei suoi adorati anni Trenta.

Mr. Allen, lei ha sempre alternato film allegri a pellicole tristi. Il tono complessivo degli ultimi film è abbastanza leggero. Come mai?

«È solo una coincidenza. Quando qualche anno fa ho girato "Misterioso omicidio a Manhattan", ero appena venuto fuori dal periodo più nero della mia vita privata. Sono felice in questo momento, ma il mio prossimo film dopo quello che ho appena finito di girare con Uma Thurman potrebbe essere una tragedia».

Eppure i personaggi che lei ha interpretato di persona e i suoi alter ego come Kenneth Branagh e John Cusack sono abbastanza tristi e sfortunati. Non è che lei si comporta come ne Il ritratto di Dorian Gray, facendo sì che sia solo il suo simulacro a subire le angherie del tempo, mentre lei in realtà come regista e come uomo vive una vita molto fortunata?
«Ho sempre cercato di evitare qualsiasi correlazione tra la mia vita e il mio lavoro. Quello che provo a fare è creare situazioni che interessino il pubblico per farlo venire al cinema a vedere i miei film. Sullo schermo sono i personaggi che vivono dei conflitti o dei problemi a risultare sempre più interessanti. Sono stato molto fortunato e felice negli ultimi anni, ma non credo che raccontare la vita di un uomo sereno sarebbe importante. Non ci sarebbe nessuna storia da raccontare. Non voglio fare paragoni pretenziosi, ma se lei desse uno sguardo all’opera dei più importanti scrittori teatrali del nostro tempo come Eugene O’Neil o Tennesse Williams noterebbe che questi autori hanno raccontato storie di uomini addolorati e in crisi che vivono situazioni drammatiche. Per questo mi diverto a creare problematiche particolari da fare affrontare ai miei personaggi, perché credo che siano solo queste a rendere davvero interessanti un film».

È stato accusato di occuparsi un po’ troppo nelle sue pellicole dei problemi della borghesia bianca newyorkese. Trova fondata questa critica?
«Se è per questo la comunità ebraica mi accusa di parlare male degli ebrei e quella di colore stigmatizza il fatto che io non inserisco mai attori neri nelle mie pellicole... Io abito in una città ed in un certo ambiente ricco. Quello che mi diverte è raccontare quello che vedo. Tutti pensano che "i ricchi" non abbiano problemi, quando, invece, in ogni mio film dimostro come le persone abbienti hanno i problemi di tutti quando vengono a scontrarsi con le questioni di cuore o psicologiche».

In Celebrity i personaggi da lei creati di problemi ne hanno certamente tanti. La cosa peggiore è che lei dà un’immagine della nostra società dove tutti sembriamo completamente rimbecilliti...
«È interessante questo aspetto che avete sottolineato. Naturalmente io posso parlare solo per gli Stati Uniti ed è comunque qui che io lancio un grido d’allarme per quello che è successo alla cultura americana. Ormai siamo immersi nel concetto di celebrità e spettacolo al punto che non esiste più una netta demarcazione tra il mondo dello spettacolo da una parte e il mondo reale dall’altra. Tutti possono diventare celebrità cui chiedere un autografo: politici, giornalisti, impiegati, assassini, ostaggi diventano tutti parte di un gigantesco spettacolo senza fine. Guardate cosa è successo con un affare privato del nostro presidente, con tutto il mondo che ci ride dietro, date un’occhiata a gente che uccide la moglie o i figli e che finisce in televisione in uno show televisivo. Perché tutti gli avvocati del processo O.J. Simpson hanno avuto un proprio programma televisivo? È pazzesco, eppure è così e io francamente non so cosa si possa fare per cambiare questo stato di cose. Nel mio film dico che la cultura ha preso una strada sbagliata, ma non sono sufficientemente saggio da capire perché è successo tutto questo e nemmeno cosa fare per rimediare. "Celebrity" è il mio personalissimo appello per iniziare a cambiare questo stato di cose».

A proposito di celebrità, cosa accadrebbe se a lei per magia fosse tolta la sua?
«Qualche volta me lo sono chiesto anch’io. Essere celebri consente di ottenere quello che le persone normali non hanno e gli elementi positivi superano di gran lunga quelli negativi. È vero, devi rinunciare totalmente alla tua privacy, ma è anche vero che se telefoni per avere due biglietti di uno spettacolo teatrale esaurito da mesi, te li trovano subito, se vuoi assistere a una partita di baseball ti danno i posti migliori, se ti senti male la domenica il tuo medico corre come una lepre per curarti, quando la gente comune fa difficoltà a trovare qualcuno che venga a visitarti nei giorni festivi. So che è una debolezza, ma sono famoso da più di trenta anni e non potrei più farne a meno. Mi mancherebbe non essere più celebre e non ottenere queste condizioni di vantaggio».

Perché ha deciso di girare "Celebrity" in bianco e nero?
«La maggior parte dei miei film preferiti è in bianco e nero e trovo che questo tipo di fotografia emani un fascino che quella a colori non possiede. Ho fatto cinque o sei pellicole in bianco e nero e mi piacerebbe vedere più registi cimentarsi con la lavorazione imposta dall’assenza del colore».

Nel film è presente Leonardo DiCaprio. Perché lo ha scelto?
«Avevo visto Leonardo ne La stanza di Marvin dove recitava anche la mia amica Diane Keaton, che mi ha consigliato di vedere Buon compleanno Mr. Grape. Quando abbiamo scelto gli attori per Celebrity è venuto fuori anche il suo nome e io lo ho scelto subito, perché credo sia non solo un ottimo attore, ma anche un interprete che come De Niro e Al Pacino ha un futuro radioso dinanzi a sé e anche una grande carriera. Quando poi c’è stato il successo di Titanic mi sono detto: "Che bello, pensa quanta gente in più verrà a vedere il mio film solo per DiCaprio...". Una cosa che è accaduta soltanto in parte».

Lei ha spesso notato che i suoi film vanno sempre meglio in Europa che in America, ma ha mai capito il perché?
«Ci sono due possibilità: la prima è che questo mistero mai compreso in pieno dalle case di produzione trovi la sua spiegazione nel fatto che avendo visto io centinaia di film europei, abbia girato con un gusto europeo le mie pellicole. Come un musicista che ascolta sempre la stessa musica fino ad assumere una particolare forma mentis, io potrei avere assorbito il cinema di Bergman, Truffaut, Fellini, Antonioni, De Sica fino a realizzare pellicole che assomigliassero un po’ a quelle europee. I miei film avrebbero così rispecchiato maggiormente la sensibilità estetica e il gusto del pubblico europeo che di quello americano. Il ritmo della commedia americana è, infatti, molto diverso da quello della commedia europea e il pubblico del vostro continente si sarebbe sentito più a suo agio che quello del mio. L’altra possibilità è che i miei film vengano migliorati dal doppiaggio».

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Kenneth Branagh e Melanie Griffith sul set di "Celebrity"

Ha mai visto i suoi film doppiati?
«Molti anni fa a Taormina, e fu un’esperienza interessante. Personalmente, però, preferisco i sottotitoli, anche se mi rendo conto che possano distrarre il pubblico dal film. Una volta a New York potevamo assistere a decine di film europei proiettati in moltissime sale con la gente che faceva la fila per vederli. Oggi queste sale si sono molto diradate e la gente non vede più i buoni film del vostro continente».

Perché accade questo?
«Io amo la varietà del cinema, solo che mi domando che fine abbia fatto il buon cinema d’autore. Non mi importa che vengano proiettate commediole scipite e insulse, dico solo che nelle scuole e nelle università andrebbe insegnato agli studenti qual è il vero cinema e qual è la sua funzione. Ogni volta che mi chiedono di fare una lezione da qualche parte, trovo persone che si emozionano per pellicole senza senso e che non conoscono per esempio il cinema di Antonioni... è una cosa assurda. Sono dei ricchissimi ignoranti, che magari hanno solo sentito parlare dei grandi maestri e si entusiasmano per delle cretinate. Capisco che c’è un mercato, ma non si può piegare l’arte al mero profitto. Per fortuna alle volte, come nel caso de "La vita è bella", la gente fa la fila nei cinema di New York. È bello vedere un’opera d’arte come quella di Benigni ottenere questi incassi favolosi».

Lei ha dichiarato più volte di adorare New York, Parigi e Venezia. Che cosa unisce, ai suoi occhi, queste tre città così differenti tra loro?
«Adoro la città, non mi piace la campagna. Fuori da New York ci sono solo due città al mondo dove mi sento a casa: una è Venezia, l’altra è Parigi. Sono venuto a Venezia per la prima volta a cinquant’anni e prima di arrivare, mentre stavo sull’aereo, ero preso dalle angosce: non mi piaceva molto l’idea di dovere andare in giro con una gondola oppure su una barca. Quando, però, mi sono trovato per la prima volta a solcare la laguna, il tempo melanconico, le emozioni del paesaggio, la gioia irrazionale che mi derivava dall’esserci me l’hanno fatta amare. So che è pazzesco, ma per qualche motivo che non so spiegare New York, Parigi e Venezia hanno per me un denominatore comune che me le fa sentire molto vicine. Io ho girato tutto il mondo e tutta l’Europa. Queste tre città, nel mio cuore, non hanno uguali».

Lascerebbe mai New York?
«Sebbene New York sia peggiorata moltissimo negli ultimi trenta anni, io la trovo la ancora la più grande ed importante metropoli del mondo. Non ho motivi per farlo. Se lo dovessi fare non c’è dubbio che sceglierei di vivere tra Parigi e Venezia».

Lei non ha mai dato grande importanza ai premi e ai riconoscimenti avuti...
«I premi stanno solo nel lavoro stesso. Quando esce un mio film non mi interessa se vengo considerato un genio oppure un cretino. Tutto quello che avevo da dire sta nelle immagini che vengono mostrate e non devo risponderne a nessuno se non a me stesso. Non ritengo che un’opera creativa debba entrare in concorrenza con qualcun’altra. Sarebbe sciocco pensare che un film sia migliore di un altro e anche se non voglio denigrare nessuno, credo che per un regista il premio più bello sia potere mettersi subito al lavoro a un altro film. È un sistema che ha funzionato fino adesso e sono diventato troppo vecchio per cambiare proprio ora».

di Antonio D'Olivo e Marco Spagnoli

 

INTERVISTA A WOODY ALLEN : CELEBRITY

Il successo secondo il regista che parla di "Celebrity" presentato, dopo Venezia, al Festival di New York.

CelebrityDopo il festival di Venezia il film di Woody Allen "Celebrity" approda negli Stati Uniti, dove ha aperto il festival di New York in attesa della sua uscita il 13 novembre. Girato in bianco e nero con la fotografia di Sven Nyqvist (con cui Allen torna per la prima volta da "Crimes e Misdemeanors"), "Celebrity" segue la vita di un giornalista di gossip, Kenneth Branagh (un alter ego cinematografico di Woody Allen), che insegue senza successo una serie di belle donne interpretate da Charlize Theron, Famke Janssen e Winona Ryder, usa a suoi fini divi come Melanie Griffith e Leonardo di Caprio, mentre la sua ex moglie, Judy Davis, trova i suoi 15 minuti di fama e l'amore con Joe Mantegna. Le prime recensioni al film sono miste: negativo Variety, entusiasta l'Hollywood Reporter. Lui, Woody Allen, segue con apprensione le sorti del suo nuovo film. Lo abbiamo incontrato al termine della proiezione.

Partiamo dalla scena in cui Melanie Griffith sostiene che quello che fa dal collo in su, sessualmente, non è adulterio.
«Ma è verissimo! La gente fa distinzioni del genere, che il sesso orale ufficialmente non è sesso e la ragazza che lo ha fatto con cento uomini prima di sposarsi può presentarsi vergine al marito! È quello che dice il presidente degli Stati Uniti proprio adesso, che il tipo di sesso che ha fatto con la Lewinsky non è sesso reale perché orale. Questa è la cultura in cui viviamo, è completamente pazza ma la gente fa queste distinzioni e ci crede. È il nodo più debole nella difesa del presidente Clinton e anche di Melanie Griffith, una scena che ho scritto, intendiamoci, molto prima di sapere di Clinton e dell'attuale scena politica».

Che sensazioni prova di fronte a questa scena?
«È un triste spettacolo, da cui nessuno esce vincitore. I repubblicani farebbero qualunque cosa per danneggiare il presidente e arrivare a un impeachment perché gli fa comodo; i democratici lo appoggiano o lo abbandonano a seconda dei loro interessi personali; il pubblico accetterà qualunque cosa Clinton voglia fare perché l'economia è buona, ma lo abbandonerebbero in un istante se non lo fosse. Non c'è un vero conflitto morale sul soggetto, ma ci dice qualcosa di profondamente triste sulla moralità nel paese. E i media si sono comportati molto male in questa situazione, perché continuano a bombardare il pubblico con notizie di cui la gente farebbe volentieri a meno».

Come è nata l'idea per questo suo film sulla "celebrità"?
«Ho pensato che il concetto di celebrità è molto strano negli Stati Uniti: persone come il marito di Lorena Babbit, o Charles Manson, o un prete che chiede soldi in televisione sono celebrità; giovani attori come Leonardo Di Caprio vengono ingigantiti in modo spropositato. È un fenomeno curioso, in questo paese. E poi volevo vedere se potevo fare un film con un grosso cast, su una storia personale come ho fatto altre volte, di divorzio e rapporti, ma giocata in un'arena pubblica, fra sfilate di moda, discoteche, sale di proiezioni, quei posti dove si congregano le celebrità. Ha richiesto molto sforzo da parte mia».

Come mai ha affidato la parte a Kenneth Branagh?
«Inizialmente scrivendo il film avevo in mente Alec Baldwin, ma poiché era impegnato in un altro film ho pensato a Kenneth, che è un uomo che le donne trovano molto attraente. Il mio unico dubbio era se sarebbe stato in grando di fare un accento americano, ma poi ho visto un pezzetto del film che ha fatto con Robert Altman, The gingerbread man, e mi sono tranquillizzato. Non avevo mai pensato di recitarlo io perché ho scritto il film per un quarantenne affascinante sia pur emotivamente fallimentare. Se lo avessi recitato io, anche se fossi stato più giovane, sarebbe stato comico, mentre invece io lo volevo serio».

Woody directs Kenneth Branagh on the set of 'Celebrity'
Woody directs Kenneth Branagh on the set of "Celebrity"


Quanto c'è di vero in quello che abbiamo letto ultimamente sugli scontri fra lei e Leonardo di Caprio?
«Assolutamente nulla. Tutto quello che avete letto è totalmente finto, invenzioni prive di qualunque rapporto con la realtà, come quando dicevano che mia moglie era incinta, o come se dicessero che io sono stato rapito da una nave spaziale. Non potrei immaginare un ragazzo più dolce di Leonardo, sia io che lui non vediamo l'ora di tornare a lavorare insieme. È un meraviglioso attore, non è certo il "sapore del mese", come alcuni l'hanno definito, è un attore genuino che continuerà a essere grande molto tempo dopo di me».

Come mai in questo film non ha lavorato con il suo abituale direttore della fotografia, Carlo Di Palma?
«Carlo è un mio grande amico, sono sicuro che lavoreremo ancora insieme, ma ogni anno veniva a New York per fare un film con me e ogni anno diceva che non ne aveva nessuna voglia. È uno dei più grandi direttori di fotografia nel mondo e una persona meravigliosa, sono molto vicino a lui e sua moglie. Avevo già lavorato con Sven Nyqvist, che per qualche anno è stato impegnato in altri progetti, ma questa volta abbiamo potuto girare insieme questo film. Mi piace lavorare sempre con le stesse persone».

Come mai la scelta stilistica del bianco e nero?
«Perché ho sempre amato i vecchi film in bianco e nero, e in questo momento della mia vita il bianco e nero mi offriva una sensibilità romantica ed evocativa che mi si confaceva di più, come quando ho girato "Manhattan"».

Lei ha avuto la sua dose di linciaccio da parte dei media. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della celebrità?
«Onestamente sul piatto della bilancia gli aspetti positivi della celebrità sono molto più forti di quelli negativi. Certo, non hai nessuna di privacy, ci sono celebrità come John Lennon che finiscono addirittura ammazzate, e ci sono momenti in cui avrei amato molto non essere famoso. Ma d'altra parte vivi una vita eccitante, interessante, creativa, hai benefici di altra gente, che magari li merita più di te, non ha: il miglior tavolo ai ristoranti, i migliori posti al teatro; il tuo medico molla tutto quello che sta facendo nel weekend per venirti a visitare, il poliziotto ti ferma per eccesso di velocità e quando scopre chi sei ti lascia andare senza farti la multa. Quando sento giovani attori che si lamentano della loro celebrità dico sempre loro sentirsi benedetti!»


Se ci tiene tanto alla sua privacy, come mai ha accettato di essere il soggetto del documentario di Barbara Koppel?
«Perché non sapevo cosa avrebbe fatto. Doveva essere un documentario sul jazz, e poi dopo una settimana, lei così dolce e carina ha cominciato a chiedere di seguirci di più, e prima che me ne rendessi conto ero sedotto dalla cinepresa, peraltro così poco visibile che non ci facevo nemmeno caso».

È dunque vero, come ci fa vedere il documentario, che sua moglie decide spesso per lei, e che sua madre disapprova sia il suo matrimonio che la sua carriera?
«Ma questa è la mia vita! Soon Yi è una persona molto forte che sa esattamente quello che vuole, e i miei genitori, che sono ancora vivi, a 91 e 97 anni, preferirebbero tuttora che io fossi un farmacista. Ancora adesso che ho 62 anni pensano che la mia carriera nel mondo dello spettcolo potrebbe crollare da un momento all'altro e che se avessi un diploma di farmacia potrei esercitare la mia professione in qualunque stato d'America».

Lei è al suo terzo matrimonio. Si sente cambiato?
«Sì, nel senso che sono più felice, non ho problemi, non provo mai un senso di scontentezza. Posso garantire che questo sarà il mio ultimo matrimonio, che avrà successo e rimarremo sposati fin quando vivremo. È un sentimento molto forte e meraviglioso».

Va spesso al cinema?
«Sì, almeno una volta a settimana, ma non mi piacciono molto i film americani contemporanei, preferisco rivedermi i vecchi film, Fellini, Buñuel, Bergman, Renoir. Non ho mai amato molto leggere, lo faccio perché sento che devo, ma data la scelta fra la pagina scritta e un film o una commedia in teatro preferisco sempre la scena drammatica».

CelebrityLei cita spesso la sua paura di volare. Ha altre paure o superstizioni?
«Sono claustrofobico e non entro mai nelle gallerie. Ma la cosa peggiore è che sono un allarmista, che non vuol dire essere ipocondriaco, come spesso mi accusano. Per esempio, se ho un dolore al dito ce l'ho davvero, non lo sto immaginando, ma penso che sia un tumore al cervello; se mi sveglio con il mal di gola, ho davvero il mal di gola, ma penso che come minimo si tratti di un cancro alla gola, e questo mi causa una grande dose di sofferenza e ansia. E sono superstizioso. Per esempio quando affetto una banana sui cereali, che è la mia colazione da decenni a questa parte, taglio solo sette fettine di banana. Non potrei mai tagliarne otto né sei, perché avrei paura che mi succederebbe qualcosa di terribile quel giorno».

Che effetto le ha fatto essere la voce di una formica in "Antz"?
«Quello l'ho fatto esclusivamente come favore personale a Jeffrey Katzeneberg. Mi aveva detto che sarebbe stato il lavoro più facile che avrei mai fatto, che sarei dovuto andare in studio a registrare la mia voce per cinque mezze giornate e basta. E invece è stata la cosa più dura che io abbbia mai fatto. Mi facevano registrare ogni battuta centinaia di volte e il giorno dopo si ricominciava daccapo. Le battute erano tutte scritte sulla pagina, io improvvisavo solo qualche variazione qui e là. Del resto, anni fa ho recitato uno spermatozoo, ho pensato che fare la formica fosse un passo avanti!»

Cosa ci può dire sul suo prossimo progetto?
«Sto preparando un film su un musicista, ambientato negli anni Trenta, a colori, con Sean Penn, Uma Thurman e una nuova attricie inglese, Samantha Morton. Io non ne sono interprete, si svolge in California, a New York, Detroit, Saint Louis e nel New Jersey. E ovviamente lo girerò tutto a New York».      

di Silvia Bizio

 

Kenneth Branagh: Allen sono io

Come creare delle aspettative e regolarmente disattenderle. Kenneth Branagh sembrava destinato a seguire la stessa strada di Laurence Olivier: tanto Shakespeare e una grande attrice per moglie, immancabilmente al suo fianco sulla scena. Tutti la pensavano così fino a non molto tempo fa, dopo il bellissimo "Enrico V" e il brillante "Molto rumore per nulla", ai tempi del matrimonio con Emma Thompson. Unione salda solo in apparenza, perché lei se n'è andata con il giovane Greg Wise e lui si è rifatto una vita con l'esangue Helena Bonham Carter, sua partner in "Frankenstein". Quanto a Shakespeare, dopo "Nel bel mezzo di un gelido invemo" e dopo il kolossal "Hamlet", diretti senza avere la nuova giovane compagna al proprio fianco, l'ex enfant prodige della cinematografia britannica sembra averlo messo da parte per diventare l'alter ego del più significativo esponente delle nevrosi made in Usa, Woody Allen. Nel film "Celebrity" Kenneth Branagh è infatti l'inquieto giornalista attorno al quale ruota la vicenda, un personaggio che si potrebbe tranquillamente definire una specie di alter ego del regista americano.

Come mai Woody Allen ha scelto lei per impersonare qualcuno che gli somiglia?
«Non c'è nessuno che riesca a dire le sue battute come le dice lui. Credo che sia anche per questo, per dare un tono più drammatico alla vicenda e perché riesco ad essere divertente senza essere un clown, che Woody Allen ha preferito me. Sono convinto che Allen non ha interpretato personalmente la parte perché sentiva il bisogno di un certo distacco. In ogni caso il copione descriveva in maniera dettagliata e minuziosa quel che dovevo fare e perfino come dovevo muovermi; questo mi ha facilitato moltissimo. Forse, il fatto che sia stato io a interpretarlo ha reso il personaggio più profondo soprattutto nei rapporti con le donne del film, tutte bellissime. L'idea di "Celebrity" è che non si arriva mai a trovare la donna perfetta. Il mio personaggio è senz'altro poco attraente ma affascina le donne. Secondo Woody perché è un perdente e quindi stimola il loro lato materno».

Dicono che Woody Allen accetti volentieri le idee altrui durante la lavorazione del film.
«Se è così, non me ne sono accorto. Questo non tanto per l'indisponibilità di lui ma perché su un suo set si respira un'atmosfera unica. Molti attori hanno paura perché sanno che possono essere cacciati da un momento all'altro. È già successo, e questo rende tutti molto nervosi. All'inizio io facevo parecchie domande, poi ho capito che Woody Allen non ama dare spiegazioni. Quello che ti chiede è di trasformarti completamente nel personaggio. Per interpretare un suo film devi avere molta fiducia in lui che del resto ha un fortissimo carisma, e questo ti porta ad assumere anche nella vita i comportamenti che hai nel film. Ce ne siamo accorti una sera in cui eravamo al ristorante e improvvisamente ci siamo sorpresi a parlare gesticolando nevroticamente con lo stesso linguaggio del suoi personaggi. Comunque "Celebrity" è più maturo, un film molto triste e melanconico, diventato più divertente facendolo».

Cosa pensa della celebrità?
«Celebrità è molte cose diverse. E celebrità anche quella di chi, pur di essere quarto d'ora sulla cresta dell'onda, mette in piazza nei dettagli i propri affari più intimi e scabrosi. Per essere famosi bisogna comunque pagare un prezzo. Lo sapevo quando ho cominciato a fare l'attore e l'ho messo da subito in preventivo».

E ora che farà?
«Ho terminato le riprese di "Wild Wild West", dove sono il cattivo che congiura per impadronirsi del mondo. Poi tornerò a Shakespeare".

Tratto da FilmTv anno 7 n°1

 

MELANIE GRIFFITH, NATA IERI

Non dev'essere stato uno schezo per lei vivere i suoi splendidi quarant'anni sotto i riflettori. Melanie Griffith, famosa lo è stata fin dalla nascita in quanto figlia di Tippi Hedren, donna ideale di Alfred Hitchcock che l'aveva scelta per interpretare due tra i suoi thriller più perversi, "Marnie" e "Gli uccelli". A questo proposito si dice, anzi, che Hitch, mentre seguiva deliziato la scena in cui la Hedren veniva beccata dovunque nel corpo da corvi e gabbiani impazziti, concepisse un inedito regalo per la figlioletta di lei, Melanie appunto, che allora aveva cinque anni ed era del tutto ignara del mondo: una piccola bara in legno di pino con dentro una bambola che aveva il viso della madre… Non devono essere stati uno scherzo per Melanie Griffith, gli anni adolescenziali trascorsi tra alcol e droga e tra un matrimonio burrascoso e l'altro: con Don Johnson, poi con Steven Bauer, poi ancora con Don Johnson. Ma adesso eccola, di nuovo snella come una mannequin e visibilmente felice, con il suo terzo marito, l'iberico Antonio Banderas, che l'ha diretta da regista in "Crazy Alabama" e che lei non ha alcuna esitazione a definire "l'uomo più sexy del mondo". Elegante in tailleur Armani e con voce miagolante da "nata ieri", Melanine Griffith, interprete di "Celebrity" di Woody Allen, ci spiega, non a caso, cosa vuol dire per lei, oggi, la celebrità.
«Celebrità è rinunciare alla privacy. I media ti perseguitano, sono sempre in agguato; più fastidiosi che mai a New York e a Los Angeles, ma anche in cerpi Paesi come la Spagna e l'Italia… Però c'è anche il lato positivo, essere famosi è bellissimo quando hai bisogno di ottenere qualcosa perché la gente sa chi sei e ti ascolta. Questo è utile per me che collaboro con "Feed the Children", un'organizzazione che si occupa di infanzia abbandonata».

Come si è sentita sul set di Woody Allen?
«Il primo giorno è stato molto imbarazzante, perché mi sono trovata su una specie di passerella ad andare in su e in giù, seguendo le indicazioni di qualcuno nascosto nel buio davanti a me. Dopo un po' ho cominciato a distinguere le figure nell'ombra: c'era Woody Allen, e accanto a lui sua moglie Soon-Yi e il direttore della fotografia Sven Nykvist. Nessuno che ti dicesse buongiorno o che facesse il minimo sforzo per rivolgerti la parola. Allora sono rimasta scioccata, ma adesso credo di sapere perché: Woody Allen, cheha il potere di intimidirti, è lui stesso molto timido».

Come è stato essere diretta in "Crazy Alabama" da suo marito"?
«Bellissimo. Antonio ha fin dall'inizio la visione completa di quello che sarà il film e inoltre è troppo intelligente per lasciare che il lavoro invada la nostra vita. Avevamo fatto un patto: finite le riprese ci eravamo ripromessi di non parlarne mai nei momenti in cui ci trovavamo da soli. Meno che mai durante le lunghe pedalate in bicicletta che facciamo spesso insieme per tenerci in forma dalla nostra casa a ovest di Los Angeles fino al mare. "Crazy Alabama" è un film che parla di libertà, di una donna disposta a tutto, anche a uccidere, pur di salvare la propria libertà».

In quel film lei ha sette figli; è materna anche nella vita?
«Essere madre è la mia parte migliore. Ho tre figli, Alexander di 13 anni, Dakota di 8 e Stella del Carmel di 2. Loro sono tutto per me e cerco di coinvolgerli il più possibile in quel che faccio. Con Alexander mi sono trovata anche a commentare certi articoli non esattamente teneri nei miei riguardi. E' per i miei figli se d'ora in poi interpreterò sempre meno ruoli in cui devo svestirmi o dove c'è troppo sesso».

Sesso no ma violenza sì: in "Another Day in Paradise" di Larry Clark, visto a Venezia, lei è una donna dalla pistola facile. In "Crazy Alabama" poi uccide suo marito…
«Credo che sia molto meno difficile prendere una pistola e sparare piuttosto che denudarsi».

Celebrity

 

CREDITI COMPLETI PER CELEBRITY

Directed by
Woody Allen

Writing credits
Woody Allen

Cast (in credits order)
Kenneth Branagh .... Lee Simon
Judy Davis .... Robin Simon
Joe Mantegna .... Tony Gardella
Famke Janssen .... Bonnie
Winona Ryder .... Nola
Charlize Theron .... Supermodel
Melanie Griffith .... Nicole Oliver
Michael Lerner .... Dr. Lupus
Leonardo DiCaprio .... Brandon Darrow
Hank Azaria .... David
Bebe Neuwirth .... Nina
Isaac Mizrahi .... Bruce Bishop
Gretchen Mol .... Vicky
Donald Trump .... Himself
Mary Jo Buttafuoco .... Herself
Joey Buttafuoco .... Himself
Irina Pantaeva .... Friend of Supermodel
Mark Vanderloo .... Friend of Supermodel
Frederique Van Der Wal .... Friend of Supermodel
Donna Hanover .... Manhattan Moods Anchor Woman
Anthony Mason .... Himself
Karen Duffy .... TV Reporter at Premiere
Jeffrey Wright .... Off Off Broadway Director
Kate Burton .... Cheryl, Robin's Friend
Greg Mottola .... Director
Dylan Baker .... Priest at Catholic Retreat
Andre Gregory .... John Papadakis
Patti D'Arbanville .... Iris
Allison Janney .... Evelyn Isaacs
Aida Turturro .... Psychic
Jeff Mazzola .... Assistant Director
Dick Mingalone .... Camera Operator
Vladimir Bibic .... Director of Photography
Francisco Quidjada .... Erno Deluca
Aleksa Palladino .... Production Assistant
Dan Moran .... Jackhammer Operator
Peter Castellotti .... Sound Recordist
A. Lee Morris .... Second Assistant Cameraperson
Douglas McGrath .... Bill Gaines
Maurice Sonnenberg .... Dalton Freed
Craig Ulmschneider .... Production Assistant Daniel
Mina Bern .... Elderly Homeowner
Janet Marlow .... Singing Nun
Tommie Baxter .... Second Nun
Kathleen Doyle .... Father Gladen's Fan
Arthur Berwick .... Father Gladen's Fan
Jodi Long .... Father Gladen's Fan
John Carter .... Father Gladen
Monique Fowler .... Robin's Friend Jan
Marylouise Burke .... Father Gladen's Fan on Porch
Peter Boyden .... Father Gladen's Fan on Porch
Peter McRobbie .... Father Gladen's Fan on Porch
Maureen McNamara .... Father Gladen's Fan on Porch
Mary Catherine Wright .... Pious Diner
J.K. Simmons .... Souvenir Hawker
Melinda Eng .... Fashion Designer
Alma Cuervo .... Bruce Bishop's Admirer
Ève Salvail .... Bruce Bishop's Admirer
Polly Adams .... Exercise Tape Fan
Brian McConnachie .... Exercise Tape Fan
Daisy Prince .... Waiting Room Nurse
Tina Sloan .... Waiting Room Patient
Dayle Haddon .... Waiting Room Patient
Bill Gerber .... Waiting Room Patient
Julie Halston .... Patient with Jowls
Renée Lippin .... Second Examining Room Patient
Reuben Jackson .... Second Examining Room Patient
Debra Messing .... Cameraman at Lupus Office
Carmen Dell'Orefice .... TV Reporter at Lupus Office
Skip Rose .... Couple on Beach
Alicia Meer .... Couple on Beach
Becky Ann Baker .... Doris
Michael Kell .... Nat
Steve Mellor .... Eddie
Gerry Becker .... Jay Tepper
Ileen Getz .... Reunion Announcer
Robert Cuccioli .... Monroe Gordon
Larry Pine .... Philip Datloff
Surinder Khosla .... V.J. Rajnipal
Marian Seldes .... Datloff's Party Guest
Frederick Rolf .... Book Reviewer
David Margulies .... Counselor Adelman
Ramsey Faragallah .... TV Program Director
William Addy .... Klansman
Patrick McCarthy .... Klansman
Bernard Addison .... Minister Polynice (as Bernard K. Addison)
Mary Schmidtberger .... TV Production Assistant
Sarah Buff .... TV Production Assistant
Heather Mami .... Teenage Obese Acrobat
Bruno Gioiello .... Skinhead
Sean Daloise .... Skinhead
Matthew Sweeney .... Skinhead
Kyle Kulish .... Overweight Achiever
Tony Sirico .... Lou DeMarco
Kenneth Edelson .... Rabbi Kaufman
Sam Gray .... Tony's Father
Marilyn Raphael .... Tony's Mother
Antonette Schwartzberg .... Tony's Grandmother
Frank Pellegrino .... Frankie
Gabriel Millman .... Ricky
Adam Sietz .... Vince
Michael Crecco .... Hotel Clerk
Neal Arluck .... Hotel Clerk
Timothy Jerome .... Hotel Clerk
Joseph Tudisco .... Hotel Clerk
Jim Moody .... Security Guard
Robert Torres .... Security Guard
Steven Randazzo .... Cop at Hotel
John Costelloe .... Cop at Hotel
Adrian Grenier .... Darrow Entourage
Sam Rockwell .... Darrow Entourage
John Doumanian .... Darrow Entourage
Lorri Bagley .... Chekhov-Style Writer
Richard Mawe .... Elaine's Book Party Guest
Ted Neustadt .... Elaine's Book Party Guest
Bruce Jay Friedman .... Elaine's Book Party Guest
Erica Jong .... Elaine's Book Party Guest
Ned Eisenberg .... Elaine's Book Party Guest
Clebert Ford .... Elaine's Book Party Guest
Ralph Pope .... Comic's Agent
Rick Mowat .... Moving Man in Loft
Tony Darrow .... Moving Man in Loft
Victor Colicchio .... Moving Man in Loft
Robert Cividanes .... Moving Man in Loft
Donegal Fitzgerald .... Moving Man on Street
Les Shenkel .... Manhattan Mood Associate Director (as Leslie Shenkel)
Howard Erskine .... Senator Paley
Celia Weston .... Dee Bartholomew
Wood Harris .... Al Swayze
Ray Cohen .... Pianist at Wedding
Angel Caban .... Limo Driver
Ingrid Rogers .... Off Off Broadway Actress
Brian McCormack .... Phil
Gigi Williams .... Fan of Robin Simon
Michael Moon .... Vocals/Guitar - El Flamingo Band (as the Michael Moon Band)
Peter Dark .... Guitar/Vocals - El Flamingo Band
Murphy Occhino .... Drums/Vocals - El Flamingo Band
Randy Jordan .... Bass/Vocals - El Flamingo Band
Richard Iacona .... Piano - High School Reunion Band
Tom Kirchner .... Bass - High School Reunion Band
Stan Persky .... Sax - High School Reunion Band (as Stanley Persky)
Tony Tedesco .... Drums - High School Reunion Band
Mike Ponella .... Trumpet - High School Reunion Band
Ron Affif .... Guitar - High School Reunion Band
rest of cast listed alphabetically
Adam Alexi-Malle .... Times Square Worker (scenes deleted)
Teresa DePriest .... Model
David Kaiser .... Movie Premiere Celebrity
Kristi Kirk .... Model
Greg Sullivan .... Filmgoer
Casper Andreas .... Nicole's stylist (uncredited)
Ethan Aronoff .... Boxing Fan (uncredited)
New York Joe Catalfumo .... Steven DiDio (uncredited)
Anthony Gestone .... Street kid#2 (uncredited)
Nicole Levy .... Lenore Upshaw (uncredited)
Kevin Marlo .... Extra (uncredited)
Elizabeth Merano .... Fan (uncredited)
Michaiah .... Boxing Match Doll (uncredited)
Jina Oh .... Buyer at Fashion Show (uncredited)
Cory Poccia .... Street kid (uncredited)
Jill Rajee .... Snob (uncredited)
Yolonda Ross .... (uncredited)
Roshumba Williams .... Bruce Bishop Admirer (uncredited)
Diana C. Zollicoffer .... Newscaster (uncredited)

Produced by
Letty Aronson .... co-executive producer
J.E. Beaucaire .... executive producer
Richard Brick .... co-producer
Jean Doumanian .... producer
Charles H. Joffe .... co-executive producer
Jack Rollins .... co-executive producer

Cinematography by
Sven Nykvist

Film Editing by
Susan E. Morse

Casting by
Laura Rosenthal
Juliet Taylor

Production Design by
Santo Loquasto

Art Direction by
Tom Warren

Set Decoration by
Susan Kaufman

Costume Design by
Suzy Benzinger

Makeup Department
Roy Bryson .... hair stylist
Helen M. Gallagher .... makeup artist
Romaine Greene .... hair stylist
Wayne Herndon .... hair stylist
Rosemary Zurlo .... makeup artist (as Rosemarie Zurlo)

Production Management
Charles Darby .... unit production manager
Justin Pollock .... production supervisor: second unit

Second Unit Director or Assistant Director
Roger M. Bobb .... dga trainee
Joan G. Bostwick .... second assistant director: second unit
Peter Lauer .... second unit director
Jamie Miller .... second second assistant director
Richard Patrick .... first assistant director
Richard Rosser .... first assistant director: second unit
Lisa M. Rowe .... second assistant director

Art Department
Frank Didio .... head carpenter
Peter Gelfman .... property master
Glenn Lloyd .... art department coordinator
Robin McAllister .... assistant property master
Nick Mongelli .... chief construction grip
Ron Petagna .... construction coordinator
Cliff Schorr .... stand-by scenic artist
James Sorice .... master scenic artist
Greg Aharoni .... set dresser (uncredited)
William Durnin .... set dresser (uncredited)
Tony Gamiello .... set dresser (uncredited)
Regina Graves .... set dresser (uncredited)
Daniel K. Grosso .... set dresser (uncredited)
Daniel Kenney .... property assistant (uncredited)
Eric Lewin .... set dresser (uncredited)
James McDonagh .... set dresser (uncredited)
Jeff Naparstek .... set dresser (uncredited)
Bob Provenzano .... set dresser (uncredited)
Ronald Quattrocchi .... set dresser (uncredited)
Jeffrey Rollins .... props (uncredited)
Michael Saccio .... set dresser (uncredited)
Ari David Schwartz .... set dresser (uncredited)
John Sicoransa .... storyboard artist (uncredited)

Sound Department
Kam Chan .... foley supervisor
Benjamin Cheah .... foley editor (as Ben Cheah)
Marko A. Costanzo .... foley artist (as Marko Costanzo)
Lee Dichter .... sound re-recording mixer: Sound One Corporation
Marlena Grzaslewicz .... sound editor
Robert Hein .... supervising sound editor
John Hirst .... sound mixer: second unit
Bradford L. Hohle .... stereo sound consultant: Dolby
Toussaint Kotright .... cable person
Les Lazarowitz .... production sound mixer
Sylvia Menno .... dialogue editor
Anthony Ortiz .... boom operator
Bruce Pross .... foley recording engineer
Alex Soto .... transfer assistant
David Wahnon .... assistant sound editor

Special Effects by
Russell Berg .... special effects coordinator

Visual Effects by
Natasha Devaud .... digital effects artist: ILM
Camille Geier .... visual effects producer: ILM (as Camille Pirolo Geier)
Michael Gleason .... visual effects editor: ILM
Mary Beth Haggerty .... digital effects artist: ILM
Keith Johnson .... matchmove artist: ILM
Josh Pines .... film scanning supervisor: ILM (as Joshua Pines)
Ellen Poon .... visual effects supervisor: ILM
Dennis Turner .... skywriting development: ILM
Bruce Vecchitto .... timing supervisor: ILM
Matt Wallin .... rotoscope artist: ILM (as Matthew Wallin)

Other crew
Leon Adair Jr. .... parking coordinator (as Leon Adair)
Mort Arken .... skywriting: Skytypers
David E. Baron .... second assistant camera (as David Baron)
Katherine Belsey .... assistant: Mr. Brick
Mitchell Bloom .... assistant costume designer
Chris Britton .... camera trainee
Al Cerullo .... aerial photographer
Kay Chapin .... script supervisor
Lauren G. Chapin .... assistant: Mr. Allen
Patrick Chevillot .... assistant costume designer
John Clifford .... still photographer
Jack Coffen .... best boy electric
Kim Davis .... extras casting (as Kimberly Davis)
Matt Demier .... production analyst
Drew Dillard .... location manager
Sian Edwards .... producing intern
Katharina Eggmann .... extras casting assistant (as Kate Eggman)
Jamal El-Amin .... apprentice editor
Bronwen Epstein .... assistant production coordinator
Joe Facey .... craft service
Debora Fearon .... craft service
Melissa Garner .... production secretary
Michael Green .... camera operator
David Grossack .... assistant editor
Annika Hagberg .... assistant: Mr. Nykvist
Ken Halsband .... location scout (as Kenneth Halsband)
Shell Hecht .... production coordinator
Barrett Hong .... wardrobe supervisor
Diane Howells .... location supervisor: second unit
Edward Iacobelli .... transportation captain (as Ed 'Ack' Iacobelli)
Tudor Jones .... production assistant
Patricia Kerrigan DiCerto .... casting associate (as Patricia Kerrigan)
Nicole Klett .... location assistant
William Kruzykowski .... assistant editor
Carl Landi .... best boy grip
Deanna Leslie .... set production assistant
Pietro Lorino Jr. .... post-production auditor
Lynn Lewis Lovett .... script supervisor: second unit (as Lynn Lewis)
Carmel Malin .... musicians coordinator
Lilene Mansell .... dialect coach
Jill Meyers .... music clearances (as Jill Meyer)
John Mingalone .... set production assistant
A. Lee Morris .... camera trainee
Gary Muller .... first assistant camera
David Norris .... camera operator: Wescam camera
Murphy Occhino .... set production assistant
George Patsos .... key grip
Suzanne Pettit .... wardrobe supervisor
Macall B. Polay .... assistant production auditor (as Macall Polay)
Mary Prendergast .... extras casting assistant
Michael Proscia Jr. .... gaffer
Peter Reniers .... additional photographer: second unit
Tom Ross .... location scout (as Thomas Ross)
Jason Rubenstein .... set production assistant
Goldalee Semel .... wardrobe tracker (as Goldalee M. Semel)
Carl Turnquest Jr. .... projectionist
Leah Tyson .... extras casting assistant
Craig Ulmschneider .... set production assistant
Reid Warman .... office assistant
Steven Weisberg .... location assistant
Kathy Welch .... production auditor
Will Wilder .... assistant parking coordinator
Tom Yeager .... location scout (as Thomas Yeager)
Sarah Allentuch .... casting assistant (uncredited)
Bruce Goldman .... location assistant (uncredited)
Chris Hammond .... best boy electric (uncredited)
Dan Harris .... production assistant (uncredited)
Jennifer L. Pearlman .... production assistant (uncredited)
Mark Proscia .... electrician (uncredited)
Joseph Zolfo .... location manager: re-shoots (uncredited)