Il prestanome attore dvd8 1976 commedia
   (The front)

Regia: Martin Ritt
Sceneggiatura: Martin Ritt e Walter Bernstein
Fotografia: Michael Chapman
Scenografia: Charles Bailey
Costumi: Ruth Morley
Musiche: Dave Grusin
Montaggio: Sidney Levin

Scritto da Walter Bernstein (la cui sceneggiatura concorse all'Oscar), è il 1 dei 2 film hollywoodiani che hanno rievocato il vergognoso periodo della "caccia alle streghe" (comuniste) a cavallo tra gli anni '40 e '50.

Interpreti: Woody Allen (Howard Prince), Zero Mostel (Hecky Brown), Herschel Bernardi (Phil Sussman), Michael Murphy (Alfred Miller), Andrea Marcovicci (Florence Barrett), Danny Aiello (Danny La Gattuta);

Nazione: USA
Produz: Columbia
Distribuz.
Columbia
Durata:
95', colore
Genere: commedia

APPROFONDIMENTI

La Trama:

A
l tempo del Maccartismo e della "caccia alle streghe" Howard Prince, uno squattrinato cassiere di un bar, scommettitore e bookmaker, accetta di fare da prestanome ad Alfred Miller, sceneggiatore caduto in disgrazia a causa di certe sue pretese "attività antiamericane". Egli firmerà, d'ora in poi, i copioni dello scrittore e ne riceverà una percentuale sugli utili. Altri scrittori, epurati per lo stesso motivo, si giovano di Howard, che diventa, in breve tempo, ricco e famoso. Ma prima l'affetto per Florence Barret, che ha lasciato la televisione per fondare un giornale di protesta e poi il suicidio dell'attore comico Hecky Brown, aprono una breccia nella sua incallita coscienza di uomo senza idee e senza scrupoli. Egli stesso viene sorvegliato dalla "Fredom Information" e deferito alla commissione per le attività antiamericane. Il suo attaccamento per Hecky gli dà la forza di trovare una risposta dignitosa e fiera da buttare in faccia a questi delatori di professione. Deve per questo affrontare la prigione.

APPROFONDIMENTI:

Gross: Unknown
Release Date: Septenber 17, 1976 (USA), January 21, 1977 (West Germany), April 22, 1977 (Finland), April 20, 1978 (Portugal)

 

Premi e riconoscimenti: Il prestanome

  • Academy Awards, USA
    Year 1977
    Nominated Oscar
    Best Writing, Screenplay Written Directly for the Screen
    Walter Bernstein
  • BAFTA Awards
    Year 1978
    Nominated BAFTA Film Award
    Best Supporting Actor
    Zero Mostel
  • Golden Globes, USA
    Year 1977
    Nominated Golden Globe
    Best Acting Debut in a Motion Picture - Female
    Andrea Marcovicci
  • Writers Guild of America, USA
    Year 1977
    Nominated WGA Award (Screen)
    Best Drama Written Directly for the Screen
    Walter Bernstein

 

Curiosità da: Il prestanome


  • Several people involved in this film were themselves on the McCarthy-era blacklists: director Martin Ritt, writer Walter Bernstein, and actors Zero Mostel, Herschel Bernardi, Lloyd Gough and Joshua Shelley.
  • The writers in the deli, according to screenwriter Walter Bernstein, were a composite of himself, Abraham Polonsky, and Arnold Manoff. All 3 writers were blacklisted by Hollywood as a result of the HUAC hearings, and all 3 co-wrote the segments for the 50's TV series "You Are There" (1953).

 

Citazioni da Il prestanome

 

 

Commenti a Il prestanome

 

Uno squattrinato cassiere di un bar accetta di fare da prestanome a un amico sceneggiatore caduto in disgrazia e si trova coinvolto nelle vicende delle liste nere del maccartismo. W. Allen è uno dei punti di forza del film, Z. Mostel è efficace: l'impiego di questi due attori comici in funzione drammatica è uno degli aspetti più interessanti della storia. Scritto da Walter Bernstein (la cui sceneggiatura concorse all'Oscar), è il 1 dei 2 film hollywoodiani che hanno rievocato il vergognoso periodo della "caccia alle streghe" (comuniste) a cavallo tra gli anni '40 e '50.

Il Morandini, Zanichelli Editore


 

Recensione da "Il Mereghetti 2000":

Ritt, lo sceneggiatore Walter Bernstein, Mostel e Bernardi furono nelle liste nere di McCarthy (come ricordano i titoli di coda) e questo è il primo film di Hollywood che ha il coraggio di tornare esplicitamente a ricordare quegli anni bui: ma il tentativo di raccontare quel dramma con un tono agrodolce e ironico non sempre è ben calibrato, e Allen sembra troppo preoccupato di strappare un sorriso per essere davvero convincente.

 


Da Wikipedia

Il film presenta una visione dell'industria dell'intrattenimento negli Stati Uniti nei giorni del Maccartismo, quando molti attori, sospettati per attività sovversive in seguito ad un'indagine della House Committee on Un-American Activities, furono scritti nelle liste nere perdendo ogni possibilità di continuare il loro lavoro nel mondo dello spettacolo. La sceneggiatura fu scritta da Walter Bernstein, lui stesso vittima delle "Hollywood blacklist", così come lo furono Ritt e i membri del cast Mostel ed Herschel Bernardi. Walter Bernstein fu inserito nelle black list dopo che il suo nome venne elencato nel "Red Channels", un giornale pubblicato dall'FBI che elencava i nomi dei comunisti o dei simpatizzanti del comunismo.

IL CONTESTO STORICO:

Agli inizi del 1947, la House Committee on Unamerican Activities (HUAC) iniziò le indagini ufficiali sulla penetrazione del Partito Comunista degli Stati Uniti nell'industria cinematografica di Hollywood. Queste indagini furno svolte più diffusamente tra il 1947 e il 1951, con interrogatori e controlli continui da parte dell'FBI ad attori, direttori e scrittori. Il gruppo più minaccioso che perpetrava queste denuce divenne noto come "The Hoolywood Ten"; bisogna ricordare che l'HUAC non mirava soltanto al partito comunista ma anche a socialisti, radicali di sinistra e tutti colori che furono coinvolti in qualche modo con il gruppo politico che aveva opinioni contrarie a coloro che erano al potere a quell'epoca.


Da Tullio Kezich, Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere

Da Come eravamo il cinema americano, con sempre maggiore coraggio, torna a interrogarsi sull’epoca funesta della «caccia alle streghe», in coincidenza con un’ondata di pubblicazioni sul maccartismo. Spiccano soprattutto le testimonianze in prima persona, tra le quali l’autobiografia Pentimento, di Lillian Heliman, dalla quale è stato tratto un film con Jane Fonda. The Front, tradotto letteralmente Il prestanome da un’espressione gergale molto comune ai tempi delle liste nere, è stato scritto (Walter Bernstein), diretto (Martin Ritt) e interpretato (Zero Mostel e Herschel Bernardi) da gente che pagò di persona ai tempi delle persecuzioni. Stranamente è un film privo di risentimento, disposto perfino a commuoversi sul passato e a darne un giudizio bonario. L’originalità di Il prestanome consiste nel fatto che l’argomento non è preso di petto, ma attraverso la figura di un ometto qualunque coinvolto nelle vicende delle liste per fare un piacere a un amico. Nasce cosi una tipica situazione di commedia, in cui Woody Allen deve fingersi ciò che non è: cassiere di un ristorante e allibratore clandestino, si fa passare per scrittore di copioni televisivi e ci prende gusto. Sarebbe stato giusto, disponendo di un interprete che determina un clima e uno stile, fare addirittura un film comico. Ma Ritt è un regista incerto fra varie suggestioni, piuttosto privo di personalità: e vedere Allen affidato a lui è come vedere una Ferrari tra le mani di uno che non sa guidare


Da Il Sole 24 Ore, 9 Ottobre 1988

Giovane, bella, un lavoro importante nella prestigiosa redazione di "Life": tutto sembra andare per il meglio nella vita di Emily Crane (un’ottima Kelly McGillis). Siamo però nel 1951, e la donna è da tempo nel mirino dell’Fbi e della Commissione per le attività antiamericane a causa dell’adesione a una organizzazione politica pacifista. Il suo rifiuto di rivelare i nomi degli altri membri le viene fatto pagare salato: perde il posto nella rivista, viene pedinata di continuo da due agenti federali, trova difficoltà nell’intraprendere un nuovo lavoro. Il caso tuttavia l’aiuta: mentre legge ad alta voce per una anziana signora (é questa l’unica attività che è riuscita a scovare) scopre attraverso la finestra sul cortile (una delle tante citazioni di Hitchcock) un losco affare nella casa contigua, organizzato, a quanto pare, proprio dal funzionario governativo che l’ha duramente incalzata durante l’interrogatorio. Emily vuole sapere e non si ferma di fronte a nulla anzi, trova un aiuto insperato in uno dei due agenti dell’Fbi mandati a spiarla (Jeff Daniels). A poco a poco i due scoprono che una potente organizzazione, con la copertura di parte dell’amministrazione federale, sta facendo entrare negli Stati Uniti scienziati con un torbido passato nazista, da utilizzare in programmi di ricerca avanzata. Quel che è ancora più terribile è che per poter superare i controlli doganali viene loro dato il nome di ebrei appena deceduti. Il regolamento di conti, giocato dal regista Peter Yates con notevole maestria, ha luogo nella grandiosa Central Station di New York, tra binari, cunicoli, cornicioni, passaggi segreti e bellissimi convogli d’epoca. Benché inverosimile in numerosi passaggi narrativi, "Labirinto mortale" sa mantenere alta la tensione per buona parte della sua durata. Il suo maggior motivo d’interesse resta comunque affidato alla ricostruzione di un’epoca e di un clima di sospetto e di paura: è qui infatti che diventa evidente l’impronta dello sceneggiatore Walter Bernstein, che già ci aveva dato l’ottimo "Il prestanome".


 

Commento di Alberto Cassani, Film&Chips, 2003

Uno dei rari casi (insieme con Storie di amori e infedeltà e Z la formica) in cui Woody Allen si è prestato come attore per registi diversi da se stesso, Il prestanome fece ottenere una nomination all’Oscar allo sceneggiatore Walter Bernstein, che negli anni ’50 fu davvero inserito nella lista nera di Hollywood. Ma lo furono anche il regista Martin Ritt e gli interpreti Zero Mostel, Herschel Bernardi, Joshua Shelley e Lloyd Cough. Ovvio, quindi, che il film abbia una notevole carica emotiva. Ovvio, ma non semplice da ottenere: satireggiare su un periodo complesso come quello del maccartismo è tutt’altro che facile, e va dato merito agli autori di questa brillante commedia di esserci riusciti senza mai scadere in patetismi o banalità. L’utilizzo di cinegiornali di repertorio aggiunge credibilità all’ambientazione, oltre che spessore alla satira politica che la pellicola vuol fare, ma il grande pregio del film è quello di mettere dei personaggi ben scritti al centro di una vicenda realistica ancorché ai limiti del credibile. Probabilmente la ricerca di un finale così pieno in quanto a contenuto morale (moralista?) intacca un po’ il valore globale del film, che rimane comunque alto.


 

 

 

 

 

 

RECENSIONI PER: Il prestanome

Da Il Sole 24 Ore, 9 Ottobre 1988

Come Frantic di Roman Polanski, anche Labirinto mortale rende omaggio ad Alfred Hitchcock. Diversamente da Polanski, però, all’onesto professionista Peter Yates non riesce - anzi, neppure gli passa per la testa - di ripercorrere davvero la grande avventura del cinema hitchcockiano: parlare al nostro inconscio, capovolgere l’apparente superficialità della storia in una perturbante profondità, nei cui meandri lo spettatore viva la parte "criminale" di se stesso, senza per questo soffrirne l’angoscia. Labirinto mortale è hitchcockiano per elementi narrativi, per struttura della vicenda, per sapiente uso del suspense (tutto giocato sull’alternarsi di attesa e improvvise esplosioni dell’azione), anche per ambientazione temporale. Gli manca purtroppo l’ambiguità del suo grande modello, la sua ironia sottorranea e stravolgente. Insomma, Yates si conferma un quasi-autore, spesso vicino al colpo d’ala e sempre però inferiore al compito, da La rapina al treno postale (1967) a Bullit (1968), da John e Mary (1969) a Gli amici di Eddie Coyle (1973), da All American Boys (1981) a Servo di scena (1984). D’altra parte, Labirinto mortale ha un certo fascino, che va oltre la sua indubbia sapienza narrativa e il suo ritmo inappuntabile. Il fascino, paradossalmente, gli viene dall’esterno, da altri film, che noi abbiamo amato e con i quali condivide la volontà di fare i conti con il maccartismo. Molto meno bello - ma anche più duro e "ideologico" - di Come eravamo (Sidney Pollack, 1973) o di Il prestanome (Martin Ritt, 1976, con Woody Allen), il film di Yates li richiama però alla memoria. Come quelli, infatti, anche questo ricostruisce con precisione l’atmosfera della "caccia alle streghe" nella quale, partire dalla seconda metà degli anni 40, la guerra fredda e il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy precipitarono gli Stati Uniti. Fu una diffusa, passiva complicità collettiva a rendere possibile la resa della grande tradizione americana della libertà, sembra dire Peter Yates. E la vicenda di Emily e Cochran - lei apertamente ribelle, lui poliziotto e legato all’anima profonda del proprio paese (viene dalla "campagna", dal Kansas) - è il recupero della forza di quella tradizione e un po’ anche una postuma riabilitazione dei milioni di uomini comuni che di McCarthy furono complici "e" vittime. Chi cedette all’intimidazione collettiva, chi accusò, ritrattò, tradì - come Elia Kazan ed Edward Dmytryk -, fu anch’egli vittima, in fondo, al pari di coloro che vennero perseguitati. Così disse lo sceneggiatore Dalton Trumbo, uno dei dieci uomini di cinema processati dal Comitato per le attività antiamericane presieduto da J. Parnell Thomas (ricordate? gli altri erano gli sceneggiattori Sam Ornitz, Lester Cole, Alber Maltz, John H. Lawson, Ring Lardner Jr. e Alvah Bessie, i registi Herbert J. Bibermann ed Edward Dmytryk - che appunto si salvò facendo "onorevole ammenda" e denunciando diversi colleghi -, e il produttore Adrian Scott ma furono perseguitati anche Fred Zinneman, John Huston, Charlie Chaplin, Joseph Losey, Zoltan Korda, Abraham Polonsky e altri ancora). è certo vittima - nel senso inteso da Dalton Trumbo - fu anche chi, sempre tra gli uomini di cinema, semplicemente si allineò. Tra di loro William Wellman (Il sipario di ferro, 1948), Leo McCarey (L’amore più grande, 1952: una madre uccide il figlio quando scopre che questo è comunista), Christian Nyby e Howard Hawks (La "cosa" da un altro mondo, 1951: gran bel film che, nel finale, inneggia al linciaggio di massa nei confronti dello "straniero" e del "diverso"), Don Siegel (L’invasione degli ultracorpi, 1956: capolavoro ben oltre le miserie del maccartismo, alle quali per altro si piega) e Rouben Mamoulian (La bella di Mosca, 1957: pessimo rifacimento privo di ironia e in chiave di guerra fredda di Ninotchka di Ernst Lubitsch, del 1939). Ebbene - a differenza di Come eravamo e di Il prestanome - Labirinto mortale sembra più interessato all’America che subì passivamente la caccia alle streghe, che divenne complice silenziosa e vittima indiretta di McCarthy, che non alle altre sue vittime, più esposte e dirette. Il personaggio chiave del film di Yates è infatti Cochran, ragazzone provinciale e per bene che sembra uscito da un film di genere degli anni tra i 40 e i 50. Ed è appunto lui, il poliziotto campagnolo e legato ai valori profondi e istintivi della "libertà americana", che si contrappone più emblematicamente a Salwen, l’altro lato del dramma, doppio evidente - e un po’ troppo melodrammatico dei Joseph McCarthy e J. Parnell Thomas di quell’America lontana. Il tutto raccontato da Peter Yates con estrema attenzione all’atmosfera dell’epoca, con grande mestiere e anche con qualche commozione. In ogni caso, però, con l’aria di chi abbia sfiorato una volta di più il proprio grande film, ma poi se lo sia lasciato sfuggire.


 

Recensione a cura di Giordano Biagio


Il prestanome (USA 1976) è un film di non facile definizione stilistica. Forse è classificabile a grandi linee solo come genere: che è di commedia-drammatica.
In realtà è una pellicola molto complessa per stile e originalità della forma. Il film appare come un'opera dai generi multipli, apparentemente dominata da toni a sfondo drammatico. Il tono del dramma ha la particolarità in questa opera di stemperarsi nelle numerose freddure, satire, sberleffi e sarcasmi che portano tra l'altro il film ad assumere un linguaggio sfumato. Un linguaggio che, proprio perché ibrido di codici linguistici (anche teatrali), contribuisce notevolmente nel dare incertezza alle definizioni: in particolare in quelle riguardanti la classificazione emotivo-spettacolare.
Le scene sono ambientate nel periodo più minaccioso del Maccartismo: all'inizio degli anni '50. Precisamente quando la Caccia alle streghe ostacolava la funzionalità stessa delle istituzioni democratiche americane, discriminando dal resto del paese i cittadini onesti che avevano simpatie per la sinistra.
La pellicola rievoca in forma autobiografica gli anni in cui la cosiddetta Caccia alle streghe penetrò nel mondo dello spettacolo: creandovi un pesante clima di odio e di incertezze professionali che colpì in particolare gli artisti di teatro e di cabaret.
Alcuni componenti del cast quali il regista Martin Ritt, gli attori Zero Mostel e Herschel Bernardi, lo sceneggiatore Walter Bernstein finirono tutti, all'epoca delle persecuzioni, sulla cosiddetta Lista nera; subirono vessazioni di ogni genere che misero a dura prova sia le loro carriere che la qualità della vita delle rispettive famiglie.

Il film è realizzato con grande cura visiva utilizzando anche tecniche tipicamente francesi quali ad esempio l'interruzione del dialogo finale di una scena di cui si è già capito il senso, con l'inizio di una conversazione che fa parte della scena successiva; questa tecnica ripetuta diverse volte consente di ottenere sia un effetto estetico riguardante un maggior scorrimento del film che di immettere nella stessa unità di tempo visiva più informazioni accorciando le lunghezze eccessive dei film, spesso considerate antiestetiche e poco spettacolari. Il film esibisce anche un credibile verismo recitativo.
La pellicola è impregnata a tratti di un'atmosfera tragico-comica che fa ridere e riflettere nello stesso tempo portando l'attenzione dello spettatore sull'assurdità della guerra fredda. Una guerra che avvelenava con il sospetto di tradimento la vita stessa di molti cittadini onesti facenti parte delle rispettive nazioni in contrapposizione.

Q uesta opera di Ritt è recitata con straordinaria disinvoltura soprattutto nelle parti più legate all'espressività. Un risultato questo probabilmente favorito dalla presenza nel film degli artisti più direttamente colpiti all'epoca dai provvedimenti di Mc Carthy. Questi artisti infondono nel film, grazie all'esperienza vissuta in prima persona, una disinvoltura che risulterà paradossalmente annullatrice del tono espressivo tipico della recitazione. La verosimiglianza delle parti recitate, sembrano non tener conto della presenza dello spettatore (Christian Metz in Cinema e Psicanalisi cita questo aspetto tecnico-psicoanalitico come un risultato ottimale del lavoro recitativo), rispettando il punto di sguardo di chi osserva il film: che rimane quindi incondizionato, libero. Un vero successo artistico. Una verosimiglianza che sembra rispettare una realtà a lungo percepita e immaginata dagli spettatori attraverso i media degli anni '50.

I filmati documentaristici in bianconero che compaiono all'inizio della pellicola, e che mostrano importanti personalità dell'epoca, da Truman a Eisenhower, da Joe Di Maggio a Marylin Monroe, e immagini della Guerra fredda come i rifugi antiatomici per le famiglie, sembrano avere lo scopo di introdurre lo spettatore alla rievocazione di un quadro importante della storia americana. Un periodo storico particolarmente drammatico che prepara lo spettatore alle scene forti del film coinvolgendolo con maggior pathos nei processi di identificazione e proiezione legati agli eventi e intrecci in causa. Questa introduzione in bianco e nero è significativa anche per comprendere al meglio lo svolgimento della storia proposta da Ritt. Scorrono in rapida sequenza e felice contrapposizione la voce calda di Frank Sinatra e le immagini dei bombardamenti in Corea, le sfilate di moda, l'arrivo dei reduci, Marilyn raggiante, l'elezione di Miss America 1952 e i coniugi Rosenberg in procinto di salire sulla sedia elettrica per alto tradimento: avendo passato alla URSS informazioni sulla bomba atomica.

Il protagonista del film, Howard (Woody Allen), è un personaggio che incarna una persona mediocre, cassiere di un bar ha il vizio del gioco d'azzardo ed è sempre in bolletta. Egli è l'opposto per personalità e cultura a quelli intellettuali impegnati che furono le principali e vere vittime della Caccia alle streghe.
Ma quello di Howard è un personaggio che rientra coerentemente in un profilo cinematografico tanto caro a Woody Allen: quello dell'uomo qualunque americano che cerca a tutti i costi di divenire qualcuno, spesso fallendo ma procurando risate e simpatie legate al processo di identificazione in corso.
Howard accetta di fare il prestanome a un amico scrittore di successo che non può più lavorare a causa della sua presenza nella lista nera. Il prestanome (Woody Allen) diventerà ricco ma non passerà inosservato dai Cacciatori di streghe. Questi ultimi inducono il comico Hecky a tradire Howard carpendoli informazioni sulla sua vita. Il comico Hecky, amico di Howard, era ridotto al lastrico dal Maccartismo ed era dunque in un certo senso costretto a fare la spia per salvarsi.
Convocato a giudizio dalla commissione di inchiesta, Howard (Woody Allen) evita di farla franca rinunciando a quanto propostogli dal suo avvocato come compromesso liberatorio dalle accuse. Rifiuta di entrare nell'ordine di idee di collaborare con i Cacciatori di streghe. Essi esigevano infatti nomi di presunti comunisti amici.
Howard (Woody Allen), inorgoglito dall'amore sempre più forte per la propria donna Margo e colpito dal suicidio dell'amico Hecky che probabilmente si sentiva colpevole verso di lui per averlo tradito, trova la forza di riscattarsi dal suo solito atteggiamento basato su un'opportunistica apatia verso le cose. Non si piega alle pressioni della commissione. Inoltre Howard (Woody Allen), sempre più indignato per quanto successo ai suoi amici artisti, perde ad un certo punto la calma e manda tutti i componenti della commissione a quel paese. Howard va così incontro, con coraggiosa ed esplicita dignità, ad una pesante condanna penale. Finirà in carcere ferito nella sua pseudo professione ma fiero, e subito riceverà ovazioni di ogni genere da parte di chi si batteva in America per i diritti civili.
Howard conquisterà una propria identità etica e umana pur finendo dal punto di vista letterario nell'anonimato assoluto.
Ritt propone una lettura riuscita dell'oscura pagina del Maccartismo lo fa attraverso un modulo narrativo eclettico ma vicino alla commedia agro-amara che mostra anche segni di umorismo nero irresistibili.

Il regista si affida a un Woody Allen allora agli inizi di una carriera che lo avrebbe consacrato come il più grande attore regista comico vivente.

 


Da pacioli.net

Il Prestanome è insieme un film di denuncia del Maccartismo e una rievocazione di sapore autobiografico degli anni in cui esso imperversò nel mondo dello spettacolo, creandovi un pesante clima di paura e sospetto (il regista Martin Ritt, gli attori Zero Mostel e Herschel Bernardi, lo sceneggiatore Walter Bernstein finirono tutti all’epoca sulla cosiddetta Lista Nera, subendo un ostracismo che stroncò la loro carriera). I filmati documentaristici in bianconero che aprono la pellicola (e che ci mostrano importanti personalità dell’epoca, Da Truman a Eisenhower, da Joe Di Maggio a Marylin Monroe, e immagini della Guerra Fredda, come i rifugi antiatomici e il conflitto di Corea ecc…) hanno lo scopo di introdurre lo spettatore in una stagione ormai lontana della storia americana.

Il protagonista del film, Howard, personaggio anonimo e mediocre, è l’opposto per personalità e cultura di quegli intellettuali impegnati che furono le principali vittime della Caccia alle streghe, tuttavia, scosso dalle sollecitazioni della donna che ama e dal suicidio dell’amico Hecky, trova la forza di riscattarsi dal suo atteggiamento di opportunistica apatia, non piegandosi con coraggiosa dignità alle pressioni della commissione e andando così incontro ad una condanna sicura.

Ritt propone l’oscura pagina del Maccartismo attraverso il modulo della commedia, affidandosi ad un Woody Allen allora agli inizi di una carriera che l’avrebbe consacrato come il più grande attore-regista comico vivente. E sono proprio la maschera e la mimica inconfondibile di Allen, che già ricopre quel ruolo di simpatico perdente che lo caratterizzerà negli anni successivi, a costituire gli elementi vincenti di un film quasi esclusivamente incentrato su di lui e sul gioco di equivoci e imbarazzi che la sua usurpata qualifica di scrittore determina (pensiamo a quando lo vediamo in panico di fronte ad una macchina da scrivere con cui deve improvvisare una scena da rimaneggiare sull’istante).

Se la dimensione drammatica del Maccartismo (la cui isteria inquisitoria all’epoca distrusse carriere e spezzò esistenze) non viene, però, del tutto offuscata dal prevalente registro leggero e sorridente, lo si deve al personaggio di Hecky, grazie al quale il film trova le sue note più struggenti e commosse (di grande efficacia la sequenza che lo mostra nell’umiliante condizione di dover ricevere pochi spiccioli da un impresario sciacallo e quella secca e bruciante del suo suicidio).

 

 


Recensione di Roberto Ellero, Il Castoro Cinema

Nonostante le remore del regista e le perplessità di un Woody Allen ancora prima maniera («Corro un grosso rischio con questo film, di cui non sono né il regista né l'autore e sul quale quindi non posso esercitare alcun controllo. Avevo consigliato Ritt di ingaggiare Jack Nicholson: la mia specialità è il comico, davanti a un film drammatico io navigo», in «Cult Movie», n. 4, giugno-luglio 1981); nonostante insomma la scarsa fiducia dei diretti interessati, The Front riesce a "vendicarsi" del maccartismo diventando un successo internazionale, ridicolizzandone l'isteria, censurandone gli effetti perversi (micidiali per le vittime, come testimonia il suicidio di Hecky), aprendo alle platee di mezzo mondo le pagine non troppo edificanti di una delle tante brutte storie americane di cui Ritt, e lo sceneggiatore, Walter Bernstein sono autorevoli (e in questo caso partecipi) cronisti. E anzi, è forse proprio in virtú dell'apparente leggerezza rievocativa - «all'insegna di una serenità dolente piú che di una polemica rabbia» (Morando Morandini, «Il Giorno», 10 agosto 1977) - che il film regola meglio i conti con la verità storica, il sorriso sulle labbra.
Caustico, per chi ha dimestichezza con le immagini di recente "storia patria", il film lo è sin dalle prime battute, quando fa scorrere in rapida sequenza e abile contrappunto la voce suadente di Frank Sinatra e le immagini dei bombardamenti in Corea, le sfilate di moda, l'arrivo dei reduci,
Truman e poi Eisenhower sorridenti, Marilyn raggiante, l'elezione di Miss America 1952 e i coniugi Rosenberg in procinto di salire sulla sedia elettrica. Ebbene, questa era l'America in cui poté non solo germogliare (ché è cosa all'ordine del giorno) ma crescere a dismisura la mala pianta dell'anticomunismo viscerale; fenomeno tutt'altro che riducibile alle sole paturnie del senatore McCarthy se è vero che la Commissione per le attività antiamericane e relative «liste nere» presero a funzionare già a partire dal 1947, ben prima che la caccia alle streghe trovasse nello zelante castigatore del Wisconsin il suo piú acceso (e folclorico) sostenitore. (Pochi sanno che la follia lo spinse a chiedere l'epurazione del Pentagono, entrando in rotta di collisione con gli stessi suoi piú stretti collaboratori: sarà posto sotto processo alla fine del '54, rifiuterà di comparire davanti alla commissione senatoriale, verrà destituito per «inettitudine mentale e morale», morirà abbandonato e alcolizzato nel '57, stritolato dalla macchina che aveva contribuito in maniera determinante a perfezionare).
Quando si parla di caccia alle streghe, il pensiero corre inevitabilmente lungo i binari delle molte altre distorsioni che vi si produssero intorno dallo sciacallaggio di chi aveva interessi personali o di carriera in gioco, al triste fenomeno del pentitismo, alla colpevole indifferenza, infine, di quella ampia fascia di opinione pubblica - intellettuali compresi - che preferí non interferire e se ne stette a guardare. Il protagonista di The Front è appunto uno che starebbe volentieri a guardare se non gli toccasse di sostenere un amico caduto in disgrazia, per di piú racimolando un bel po' di bigliettoni. Mite e sfigato finché si vuole, goffo e sfaccendato ometto della quinta strada, sempre alle prese con cavalli piazzati e vincenti, con una legione di creditori alle costole, quando ci prende gusto il nostro fa anche il difficile e si monta volentieri la testa. «Cos'è questa roba, ragazzi? Ho una reputazione, io. Voglio dei testi alla Eugene O'Neill, ma piú comici...»). Quanti sceneggiatori si son fatti cosí negli anni del maccartismo, campando sulle disgrazie altrui? L'ingranaggio si guasta quando all'amico Hecky (Zero Mostel) si chiede di raccogliere prove sul conto di Howard Prince, visto a tavola con dei noti comunisti, sbucato dal nulla e divenuto in breve tempo il nuovo astro del firmamento televisivo.
Il vecchio Hecky (che secondo gli accusatori ha sulla coscienza del denaro versato nel '36 a favore dei repubblicani spagnoli e un deciso interventismo filosovietico nel corso della seconda guerra mondiale) tenta di fare la spia ma non ci riesce e preferisce togliersi di mezzo, spiaccicando sull'asfalto della strada quel suo faccione da clown imbranato per il quale gli americani impazzivano prima di scoprirgli le rughe del sovversivo. È a questo punto che l'ebreuccio, vissuto sino ad allora di espedienti, si avvia a vivere la sua gran giornata, entrando egli stesso a buon diritto
nella lista dei proscritti. (…)
Una volta difesa la scelta di genere (contro la pretesa di chi vorrebbe temi come il maccartismo trattati drammaticamente oppure non trattati), ci si accorge in realtà che anche questa etichetta va stretta. «Benché interpretato da due attori comici, il film non è una commedia, e ancora meno un burlesque. È, dal tono, un'opera che si apparenta piuttosto ai romanzi e racconti di scrittori ebrei americani come Bernard Malamud (del quale Ritt doveva adattare «Il commesso»), Irwin Faust, Wallace Markfield. Il film di Ritt tratta un argomento molto grave in maniera comica, e per di piú con un certo umorismo nero. Come nel romanzo ebraico contemporaneo, questo umorismo, che è per prima cosa una risposta all'assurdità o al ridicolo di una situazione (qui, il maccartismo), si esercita in parte a detrimento dell'umorista stesso (il prestanome). Poiché vi è innegabilmente un aspetto grottesco nella situazione tragica in cui si trovano i protagonisti del film, e Howard Prince ne è rivelatore. È qui che esplode il talento di Woody Allen: non si sa mai se sta bluffando, se è voluto, se è caduto in trappola, se provoca scientemente i suoi avversari» (Claude Benoit, « Jeune Cinéma », n. 101, marzo 1977).

 

 

 

CREDITI COMPLETI DE Il prestanome

 

Directed by
Martin Ritt

Writing credits
Walter Bernstein

Cast (in credits order)
Woody Allen .... Howard Prince
Zero Mostel .... Hecky Brown
Michael Murphy .... Alfred Miller
Andrea Marcovicci .... Florence Barrett
Herschel Bernardi .... Phil Sussman
Remak Ramsay .... Hennessey
Marvin Lichterman .... Myer Prince
Lloyd Gough .... Delaney
David Margulies .... Phelps
Joshua Shelley .... Sam
Norman Rose .... Howard's Attorney
Charles Kimbrough .... Committee Counselor
Josef Sommer .... Committee Chairman (as M. Josef Sommer)
Danny Aiello .... Danny LaGattuta
Georgann Johnson .... TV Interviewer
Scott McKay .... Hampton
David Clarke .... Hubert Jackson
I.W. Klein .... Bank Teller
John Bentley .... Bartender
Julie Garfield .... Margo
Murray Moston .... Boss
MacIntyre Dixon .... Harry Stone (as McIntyre Dixon)
Rudolph Willrich .... Tailman (as Rudolph Wilrich)
Burt Britton .... Bookseller
Albert Ottenheimer .... School principal (as Albert M. Ottenheimer)
William Bogert .... Parks
Joey Faye .... Waiter
Marilyn Sokol .... Sandy
John Slater .... T.V. director (as John J. Slater)
Renee Paris .... Girl in Hotel Lobby
Gino Gennaro .... Stage Hand
Joan Porter .... Myer's Wife
Andrew Bernstein .... Alfred's child
Jacob Bernstein .... Alfred's child
Matthew Tobin .... Man At Party
Marilyn Persky .... His date
Sam McMurray .... Young Man At Party
Joe Jamrog .... FBI Man
Michael B. Miller .... FBI Man (as Michael Miller)
Lucy Lee Flippin .... Nurse
Jack Davidson .... Congressman
Donald Symington .... Congressman
Pat McNamara .... Federal Marshal (as Patrick McNamara)

Additional cast listed alphabetically:
Stephen Hayes .... Alfred's child (uncredited)

Produced by
Robert Greenhut .... associate producer
Charles H. Joffe .... executive producer
Martin Ritt .... producer
Jack Rollins .... executive producer (uncredited)

Original Music by Dave Grusin

Cinematography by Michael Chapman

Film Editing by Sidney Levin

Casting by Juliet Taylor

Art Direction by Charles Bailey

Set Decoration by Robert Drumheller

Costume Design by Ruth Morley

Makeup Department
Robert Jiras .... makeup artist
Philip Leto .... hair stylist (as Phil Leto)

Second Unit Director or Assistant Director
Robert P. Cohen .... DGA trainee
Howard Himmelstein .... DGA trainee
Peter R. Scoppa .... assistant director (as Peter Scoppa)
Ralph S. Singleton .... second assistant director (as Ralph Singleton)

Art Department
Joseph M. Caracciolo .... property master (as Joseph Caracciolo)
Marjorie Kellogg .... assistant art director
Bruno Robotti .... master scenic artist

Sound Department
Wayne Artman .... sound re-recording mixer
Tom Beckert .... sound re-recording mixer
Else Blangsted .... music editor
Vito L. Ilardi .... boom operator (as Vito Ilardi)
John H. Newman .... sound editor
James Sabat .... sound mixer
James G. Stewart .... sound re-recording mixer (as Jim Stewart)
Roger Pietschmann .... sound recordist (uncredited)

Visual Effects by
Albert Whitlock .... matte effects

Other crew
B.J. Bjorkman .... script supervisor
Peter J. Burrell .... location manager (as Peter Burrell)
Christopher Cronyn .... location manager (as Chris Cronyn)
Patricia Crown .... production assistant
Golda David .... assistant to producer
James Fanning .... transportation captain
Peggy Farrell .... wardrober: ladies
Hy Friedman .... assistant editor
David Garfield .... production assistant
Sam Goldrich .... production auditor (as Samuel Goldrich)
Lois Kramer Hartwick .... production office coordinator (as Lois Kramer)
Bill Johnson .... second assistant camera
Scott MacDonough .... unit publicist (as Scott Mac Donough)
Susan McMahon .... payroll
George Newman .... wardrober: men
Richard Quinlan .... gaffer
Beth Rudin .... production assistant
Tibor Sands .... first assistant camera
Fred Schuler .... camera operator
Frank Sinatra .... singer: "Young at Heart"
Robert Ward .... key grip
Josh Weiner .... still photographer