Anything Else regista, sceneggiatore, attore dvd8 Anno: 2003
   (Anything Else)

Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Darius Khondji
Scenografia: Santo Loquasto
Costumi: Laura Jean Shannon
Montaggio: Alisa Lepselter
Casting: Juliet Taylor e Laura Rosenthal

"Anything Else' è una metafora della bellezza della vita. La vita non è paragonabile a null'altro, non può essere descritta. Questo è ciò che provo personalmente: ho cercato di raccontarlo nel film".

Interpreti: Woody Allen (David Dobel), Jason Biggs (Jerry Falk), Christina Ricci (Amanda), Danny De Vito (Harvey), Stockard Channing (Paula), Jimmy Fallon (Bob)

 

Anno: 2003
Nazione:
USA
Produz: Dreamworks
Distribuzione: Medusa
Durata:
96'
Genere: commedia

Filmografia


LA TRAMA: Anything Else

Jerry Falk è un aspirante scrittore a New York. Quando si innamora perdutamente di una giovane donna dallo spirito libero di nome Amanda si ricorda della frase che ha sentito una volta: l'amore non è come nient'altro. Ma amare Amanda non è assolutamente come nient'altro al mondo.



APPROFONDIMENTI: Anything Else

Budget: $18m (USA)
Gross: $3.2m (USA)
Release Date: August 27, 2003 (Venice Film Festival), Sept 19, 2003 (USA), October 3, 2003 (Italy), October 29, 2003 (France), December 5, 2003 (Spain), January 7, 2004 (Belgium)



PREMI E RICONOSCIMENTI: Anything Else

Nessuno 



CURIOSITA': Anything Else

  • This is only Woody Allen's second film to use the anamorphic widescreen process (scope 2:35:1) (the first being Manhattan (1979)).
  • On the wall of the apartment that Ricci and Biggs share there is a collection of photos. One of them is of Vincent Gallo.
  • Jerry's reference to a very funny comedian who wrote "Never Trust A Naked Bus Driver" was referring to Jack Douglas, who also wrote "My brother was an only child."
  • Continuity: When Falk types on his laptop computer, the number of (enlarged) typed lines alternates between at least five or six in close-up and just two or three at a distance.

 




RECENSIONI: Anything Else

Recensione Anything else da FilmUP

Ormai il film di Allen è una sorta di rito autunnale. Il cineasta newyorkese ogni anno sforna una nuova pellicola che, seppur con alti e bassi, mantiene sempre un livello decoroso. Personalmente l'Hollywood Endings dell'anno scorso non mi aveva esaltato, mentre quest'anno il prodotto è decisamente più godibile. Tutto molto confortante a partire dai classici titoli in bianco su sfondo nero accompagnati dall'onnipresente jazz; gli attori sempre in rigoroso ordine alfabetico (che guarda caso garantisce al buon "A"llen il primo posto - salvoeventi clamorosi) fino alle carrellate sull'amatissima New York.
Il protagonista Jerry Falk - un Jason Biggs rigenerato dopo l'orrore a stelle e strisce targato American Pie - potrebbe ricordare lo stesso Allen con le sue nevrosi, le sue insicurezze e le interminabili sedute di psicanalisi, ma non è che uno specchietto che consente all'autore di diventarelo psicologo di se stesso, infatti nei panni di David Dobbel elargisce al povero perle di saggezza su come affrontare la vita.
Jerry è uno scrittore che tira avanti con copioni per cabarettisti notturni, ma che vorrebbe qualcosa di più. Purtroppo l'incapacità di imporsi è alla base di tutti i suoi fallimenti o meglio delle mancate realizzazioni come il rapporto con il suo agente Harvey (Danny de Vito / Man on the Moon), un incapace totale, o meglio una sorta di Jerry Maguire con tendenza da sarto. Anche la vita con la sua compagna Amanda (Christina Ricci / Il mistero di Sleepy Hollow) risente pesantemente di queste sue insicurezze. Di fatto Jerry è la banderuola di Amanda che nel suo egoismo scarica su di lui frustrazioni e problemi, non ultima la madre Paula (Stockard Channing / Grease). Del tutto casualmente Jerry incontra David (Allen) sessantenne scrittore come lui, ma apparentemente meno vittima di se stesso. David è deciso a dare una svolata alla sua vita ed a trascinare con se Jerry verso un nuovo modo di vivere. L'amore a prima vista forse non è poi così perfetto.
Un ritmo sempre ben bilanciato, condito dalle caustiche battute in puro stile Allen, in grado di rissollevare qualunque momento "morto", rendono la comedia molto godibile e non solo per i fans. E poi l'escamotage di Biggs che si rivolge direttamente agli spettatori, assurti anche loro a ruolo di psicoterapeuti aggiunge quel pizzico di coinvolgimento in più.

Memorabile la conversazione serale tra Jerry e la sua ragazza tipico esempio di calma prima delle tampesta:
Lei: "Amanda è carina, vero?"
Lui: "Mah... non poi tanto..."
Lei: "Non la trovi sexy?"
Lui: "Mah.. c'è chi la può considerare così..."
cosa accadrà dopo è del tutto superfluo da dire per chiunque abbia avuto una relazione.


Recensione di Ilario Pieri

Le stagioni della vita secondo Allen

Si apre con uno scorcio di New York "Anything Else", sulla panchine di Central Park, dove siedono intenti a chiacchierare un uomo anziano, Dobel, e uno giovane Jerry: la macchina da presa spia il dialogo fra i due e ci mostra i problemi che affliggono il ragazzo, visibilmente preoccupato. Egli soffre per amore, poiché Amanda, viziata e sostenuta attricetta, si trova in perfetta sintonia con ogni essere umano di genere maschile, ad eccezione di lui. Il suo confidente è un docente ebreo ossessionato dalla paura di ricevere ancora ospiti indesiderati, dopo i nazisti dell'Olocausto e i terroristi dell'undici settembre. Woody Allen ritorna a parlare di romanticismo, con una commedia che mescola sapientemente tutti gli ingredienti di ogni suo film cercando però di rileggere e ribaltare la morale: fuori la psicanalisi e il vittimismo e campo libero alla rivincita di tutti gli antieroi. Il David Dobel di oggi viaggia su una splendida Porche rossa, acquista armi in offerta come si fa al supermercato ed è sempre pronto a difendersi da ogni altro eventuale attacco. Con prepotenza ma anche con tenera goffaggine si scaglia sull'automobile di due energumeni colpevoli di avergli soffiato un parcheggio, e poi credendo di poter fuggire dalla realtà, organizza un viaggio di solo andata per la città degli angeli, trascinando con se il giovane compagno. Questi intanto si affida alle cure mediche di un silenzioso e inebetito psicanalista, il quale si perde nei racconti del paziente, lasciandolo solo con la propria coscienza riflessa nello specchio immaginario dello schermo tra attore e spettatore. Jerry infatti comunica con la macchina da presa, come accadeva al regista newyorchese ne "La rosa purpurea del Cairo" o "Io e Annie" rendendo ancora più surreale e astratta l'intera vicenda. Il film procede con ritmi sostenuti alternando una vena malinconica, sottolineata dalla splendida voce di Billie Holiday, ai perfetti Jason Biggs e Christina Ricci, accompagnati da puntali tempi comici di un por tentoso Danny De Vito, nei panni di Harvey sciocco impresario, e di un'adorabile Stockard Channing, in quelli di Paula, donna abbandonata all'alcol e alle cure premurose di una figlia incasinatissima. "L'amore è tutto qui" afferma il tassista filosofo che accompagna il giovane a Los Angeles, e proprio come uno dei personaggi di quei vecchi film alla Wilder, il regista sembra volerci comunicare la voglia di emozionarsi ancora dinanzi alle sorprese della vita.

 



RECENSIONE di Giancarlo Zappoli

Woody violento? Ebbene si! Jerry Falk è un giovane aspirante scrittore di New York. Incontra Amanda, una ragazza libera e spregiudicata, e se ne innamora pazzamente. Amore e passione, però, non bastano a tenere in piedi la relazione e Jerry chiede aiuto al suo mentore. Questo film rappresenta una svolta nel cinema di Woody Allen per più motivi. Quello più esteriore è la sua presenza (per la prima volta dopo anni e anni di programmazione dei suoi film e anche dopo l'assegnazione del Leone d'oro alla carriera che fece ritirare da Carlo Di Palma) alla Mostra del Cinema di Venezia. Quelli invece più sostanziali stanno, come è giusto che sia, sul piano dello stile e del contenuto del film. Sul piano stilistico colpisce il frequentissimo uso che Woody fa dello sguardo in macchina. Jerry non perde occasione per rivolgersi allo spettatore, coinvolgendolo quindi direttamente nelle sue vicende.
Woody poi utilizza per la seconda volta un alter ego cinematografico in compresenza sullo schermo. Lo aveva già fatto con il personaggio di Michael Caine in Hannah e le sue sorelle ma il rapporto tra i due non era comunque così diretto. Qui invece la relazione dei due è da maestro ad allievo nella difficile scuola della vita. Il primo insegna al secondo come comportarsi e nessuno dei due è in ottime relazioni con se stesso e il mondo. Ne nasce un interessante duetto con variazioni sui temi cari al regista.
Ma dove la sorpresa si fa veramente grande è quando Woody reagisce ai soprusi con la violenza. Il suo personaggio non subisce più in totale passività. Che sia cambiato qualcosa dopo l'11 settembre? Certo è che il suo cinema costituisce sempre un invito a riflettere sull'uomo e sulla sua condizione perché Woody è perfettamente consapevole, come afferma il suo personaggio, che "Se uno va alla Carnegie Hall e vomita sul palco troverà qualcun altro disposto ad affermare che si è trattato di un'opera d'arte". Allen non ama questo tipo di esibizioni e di estimatori.


RECENSIONE di Nino Scaffidi:

Da circa dieci anni a questa parte, quando esce un film di Woody Allen si è quasi portati a credere che il regista newyorkese abbia chissà quale alacre addetto alla pubblicità, il quale diffonde subito la notizia dell’eccezionalità del nuovo film, certamente il più esilarante degli ultimi anni del maestro americano. La "voce di corridoio", però, anno dopo anno, viene sempre smentita. Per quanto riguarda quest'ultimo si è anche azzardato un accostamento con l’Allen di "Manhattan" o di "Io e Annie". Il che è decisamente eccessivo. Anything Else è un film estremamente alleniano, ma decisamente medio nella sua filmografia. Ritornano le sue ossessioni: la religione ebrea, la professione di gagman, la visione della California come via di fuga, la psicoanalisi e il rapporto problematico con l’altro sesso. Ma non per questo il nuovo film riproduce l’equilibrio nervoso di "Io e Annie" o il jazz mood di "Manhattan". Anything Else giunge in un momento in cui da Allen non ci si aspetta, in realtà, nient’altro che la sua continuità. Una continuità fine a se stessa. Adatta solo a farci sorridere e a stordirci di discussioni su quanto il nuovo film è davvero più divertente del precedente. E, presi dalla discussione nessuno si è mai infastidito che lui, il regista più newyorkese esistente, non abbia neanche accarezzato l’idea di filmare qualcosa inerente alla tragedia delle Torri Gemelle. Niente da dire. Se vuoi evitare discorsi impegnativi sui drammi della collettività, ci sarà un motivo. Nonostante ciò, Allen ha una pretesa di realismo quando ci racconta la storia di una coppia in crisi alle prese con problemi di vario genere, da quelli psichici a quelli professionali. Il film è carino, niente di più. Una commedia a volte brillante e in altri momenti elettrica. Con i personaggi (tutti ben costruiti) che sembrano, ognun per sè, seguire i propri binari folli che ovviamente, collimano con quelli altrui. Allen strizza l’occhio a Billy Wilder delle sue migliori commedie e costruisce il personaggio da lui interpretato, un professore di un college malfamato che sogna di diventare uno scrittore per comici di cabaret, sul canovaccio del barista-saggio di "Irma la dolce", aggiungendogli un tocco di follia da secondo millennio e sottraendogli ciò che per i registi della generazione di Wilder era importante: raccontare delle storie fregandosi di qualsiasi pretesa di verosimiglianza. E come sappiamo, quando Allen abbandona il suo realismo (che comunque è sempre disincantato), fa dei clamorosi buchi nell’acqua (vedi "Tutti dicono I love you"). Anche il personaggio della Ricci è molto curato. E anche per lei ci sono dei precedenti illustri cui ci sembra Allen si richiami: "Susanna" di Hawks, "Lolita" di Kubrick e la lista, di certo, continua. Infine, nella sua complessità Anything Else è un film poco impegnativo di un regista che ha scelto di non essere impegnato. Allen si crogiola un po’ nel sentimentalismo e nella saggezza popolare optando per un lirismo da tassista newyorkese, vero rappresentante del pragmatismo tipico americano, piuttosto che nell'analisi della complessa difficoltà di vivere dei suoi personaggi i quali, ostentando intellettualismi da tutti i pori, sembrano, dice Allen, perdersi tutto il resto, ovvero la vita. Ma sarà vero? Nino Scaffidi - ni--no@libero.it
VOTO: 6


RECENSIONE a cura di Ciro Andreotti:

In una New York attraversata da note jazz molto care a Woody Allen si articolano le vite di Jerry Falk (Jason Biggs), della fidanzata Amanda (Christina Ricci), di Paula, la madre di lei, e soprattutto di David Dobel, un Woody Allen molto misurato che per la prima volta cede la palma del protagonista ad un suo alter ego più giovane. Nel 1977 e sempre con la solita "Grande Mela" sullo sfondo Allen sbancava la Academy Awards con 4 premi Oscar grazie alla leggerezza di "Io e Annie": in quel frangente era lui che vestiva i panni del protagonista nel ruolo di uno scrittore di battute di origine ebraica alla ricerca di un maggior equilibrio mentale e che regolarmente guardava in camera per interloquire con gli spettatori. Questa volta invece Jerry, ventunenne scrittore di origine, ovviamente ebraica, trova nel quasi 70enne David Dobel, professore di liceo con l'hobby del teatro, un mentore capace, forse, di schiodarlo dalle sabbie mobili della sua vita. Gestito da un agente, il bravissimo Danny De Vito, privo di deontologia e che lo vuole semplicemente spremere come un limone. Con una relazione affettiva basata sull'inganno. In psicoanalisi da tre anni ma senza aver mai ricevuto lo straccio di una diagnosi. Jerry non riuscirà mai e poi mai, secondo Dobel a dare una svolta nè alla sua carriera nè tanto meno alla sua vita affettiva a meno che non cerchi di abbandonare tutto per recarsi altrove e tentare di ricostruirsi una nuova esistenza.
Durante lunghe passeggiate a Central Park a base di filosofia spicciola Dobel spiegherà a Jerry che il terrorismo è dietro l'angolo che un Kit di sopravvivenza a base di mitragliatori, torce e barrette per purificare l'acqua è ben più utile di mille parole spese per tentare di far ragionare la gente. Che l'antisemitismo è permanentemente in agguato e che la psicanalisi è in fondo semplicemente una grandissima frode. In altre parole Allen non solo riscrive "quasi" per filo e "quasi" per segno il suo vecchio film pluripremiato ma d'improvviso smentisce tutte le certezze che ormai da una quarantina d'anni circa ci facevano aspettare il suo ennesimo prodotto come un'eterna conferma dei dolori umani che le sedute a base di psicanalisi Marxista di Allen fossero la chiave stessa della sua esistenza e del suo umorismo. Nel bene o nel male comunque Dobel - Allen riuscirà a trascinare il giovane Jerry ad abbandonare tutte le sue certezze per andare a Los Angeles a cercare fortuna agli Studios assieme a lui. Proprio sul più bello sarà un imprevisto avuto con la polizia ad impedire a Dobel di partire per la costa ovest.
Girato in perfetto stile alleniano con riprese che al solito non fanno mai ricorso agli effetti speciali, tranne per l'uso "illegale" che si fa della città di New York, ormai vista in ogni film di Allen in ogni veste ed inquadratura in una maniera didascalica molto più piacevole di come poi risulti effettivamente dal vivo. Questa ultima commedia in stile Yiddish rifà conciliare con il Woody Allen storico di "Io e Annie" e "Manatthan" e anche se oggetivamente non ci si trova di fronte ad un capolavoro si fa il tifo per Jerry Falk, un bravissimo Jason Biggs, sperando che abbia la forza di dare un calcio al suo passato. Quando poi sul finire del film dalle parole pronunciate al solito, in camera, da Jerry si viene a conoscenza che lui e Dobel non si sarebbero più visti inizialmente si è pervasi dal prevedibile dispiacere, poi più di un dubbio sorge facendoci pensare che forse Allen per una volta abbia desiderato lasciarci facendoci crederere di essere improvvisamente diventato non più cinico ma altruista.
Voto al Film "7" con una grandissima menzione a Jason Biggs e ovviamente a Woody "Dobel" Allen. Ciro Andreotti - cof5270@fastwebnet.it
VOTO: 7

 


CITAZIONI: Anything Else

Ti masturbi? Io lo preferisco a fare sesso. Ieri sera mi sono messo su una cosetta a tre: io, Marilyn Monroe e Sophia Loren. Credo, tra l'altro, che fosse la prima volta che le due grandi attrici apparissero insieme


La prima volta di Woody

 
Woody Allen e Soon-Yi
"Lo scorso anno sono stato al Festival di Cannes perché i francesi hanno sempre sostenuto i miei film. Ho pensato che dovessi dare un segno della mia gratitudine. Provo lo stesso sentimento anche nei confronti degli italiani: sono miei fan e mi hanno invitato al Festival talmente tante volte che non potevo più inventare scuse! Sono qui per dimostrare la mia riconoscenza".

La prima volta di Woody Allen al Festival di Venezia è iniziata con tre quarti d'ora di ritardo. Ed ecco la passerella, i flash e la calca.

'Anything Else', l'ultimo film di Allen presentato fuori concorso, racconta il rapporto tra un giovane scrittore newyorkese, Jason Biggs, e la fidanzata sexy ma impossibile, Christina Ricci. L'anziano e paranoico collega di Biggs, intepretato da Woody Allen, si prodiga in consigli bizzarri per salvare la coppia.

Il titolo del film deriva da una battuta di un tassista al protagonista, che s'interroga sul senso profondo della vita: 'La vita? E' come tutto il resto...'.

"'Anything Else' - prosegue Allen - è una metafora della bellezza della vita. La vita non è paragonabile a null'altro, non può essere descritta. Questo è ciò che provo personalmente: ho cercato di raccontarlo nel film".

Woody Allen e Christina Ricci a Venezia

Attraverso le paranoie del personaggio interpretato da Allen si vuole rappresentare anche la tensione che ancora attanaglia New York, che pure ha ripreso a vivere normalmente, dopo gli attentati alle torri gemelle.

"Tutti nel mondo e negli Stati Uniti sono particolarmente tesi dopo l'11 settembre, anche se in fondo New York è sempre la stessa: romantica, affascinante, con la sua vita notturna. Eppure c'è una forte tensione emotiva, che riaffiora ogni volta che accade qualcosa di grande. Durante il black-out di pochi giorni fa, che ha lasciato al buio cinquanta milioni di persone, la gente ha creduto che fosse in atto un attentato terroristico. Un dramma come quello dell'11 settembre rimane sempre nella mente, ma non influisce sul ritmo naturale della vita di New York".

Woody Allen, infine, ha detto la sua sulla candidatura di Arnold Schwarzenegger a governatore della California...

"E' una persona molto piacevole, ma la California ha già tanti problemi: è diifficile pensare che riesca a cavarsela, dal momento che non ha nessuna esperienza politica. Non si sa mai, però. Rimane il fatto che è una persona degna di stima".

Arianna Finos  28-08-2003

 


CREDITI COMPLETI: Anything Else

Directed by
Woody Allen

Writing credits (WGA)
Woody Allen (written by)

Cast (in credits order)
Jason Biggs .... Jerry Falk
Christina Ricci .... Amanda
Woody Allen .... David Dobel
Danny DeVito .... Harvey
Stockard Channing .... Paula
Fisher Stevens .... Manager
David Conrad .... Dr. Reed
Jimmy Fallon .... Bob
Kadee Strickland .... Brooke
Adrian Grenier .... Ray Polito
Erica Leerhsen .... Connie
Anthony Arkin .... Pip's Comic
Diana Krall .... Herself
William Hill .... Psychiatrist
Maurice Sonnenberg .... Movie Theater Patron
Kenneth Edelson .... Hotel Desk Clerk
Joseph Lyle Taylor .... Bill
Anthony J. Ribustello .... Car Thug
Ray Garvey .... Car Thug
Wynter Kullman .... Emily
Zach McLurty .... Ralph
Ralph Pope .... Cab Driver
Carson Grant .... Acting Teacher

rest of cast listed alphabetically
Nicolas Pernisco .... Bell Boy
Melissa Ann Russo .... Restaurant Patron
Eric Tonken .... Bar Patron
James Babbin .... Movie Patron (uncredited)
Greg Orvis .... Party-goer (uncredited)

Produced by
Letty Aronson .... producer
Charles H. Joffe .... co-executive producer
Benny Medina .... executive producer
Helen Robin .... co-producer
Jack Rollins .... executive producer
Stephen Tenenbaum .... executive producer

Cinematography by
Darius Khondji

Film Editing by
Alisa Lepselter

Casting by
Laura Rosenthal
Juliet Taylor

Production Design by
Santo Loquasto

Art Direction by
Tom Warren

Set Decoration by
Regina Graves

Costume Design by
Laura Jean Shannon

Makeup Department
Peggy Schierholz .... key hair stylist

Production Management
Helen Robin .... production manager
Janice Williams .... production supervisor

Second Unit Director or Assistant Director
Adam Howard .... dga trainee
Richard Patrick .... first assistant director

Art Department
Peter Gelfman .... property master
Sarah Maine .... set decorating coordinator

Sound Department
Gary Alper .... production sound mixer
Ryan Collison .... foley engineer
Lee Dichter .... sound re-recording mixer
Akil Wilson .... second assistant sound editor

Other crew
Daniela Barbosa .... production assistant: re-shoots
David E. Baron .... first assistant camera
Danielle Blumstein .... production assistant
Creel Brown .... production assistant
Kay Chapin .... script supervisor
Greg Conroy .... location assistant
Stephen Consentino .... steadicam operator
Sara Corrigan .... first assistant editor
Rebecca Cummings .... assistant costume designer
Ged Dickersin .... location scout
Lisa R. Frucht .... costume supervisor
Brian Hamill .... still photographer
Patricia Kerrigan DiCerto .... casting associate
Pietro Lorino Jr. .... production accountant
Gary Martone .... key grip
Jessica Miglio .... assistant still photographer
Tally Morse .... dolly grip
Christie Mullen .... location manager
Morgan Neville .... assistant editor
Scott H. Ramsey .... gaffer
Mark Schwentner .... generator operator
David Velasco .... location assistant
Brandon Woolf .... location assistant
Eric Wrolstad .... location scout