Ho solo fatto a pezzi mia moglie attore PLAY! Anno: 2000
   (Picking up the Pieces)

Regia: Alfonso Arau
Sceneggiatura: Bill Wilson
Fotografia:Vittorio Storaro
Scenografia: Denise Pizzini
Montaggio: Michael R. Miller Musiche: Ruy Folquera
Costumi: Marilyn Matthews

Un discreto "scherzo" di un autore che ha già mostrato creatività ( Come l'acqua per il cioccolato e Il profumo del mosto selvatico). Certo, non siamo abituati a vedere Allen non diretto da se stesso.

Interpreti: Woody Allen (Tex) , Maria Grazia Cucinotta (la prostituta), Kiefer Sutherland (Lo sceriffo), Sharon Stone (Candy), David Schwimmer, Lou Diamond Phillips, Cheech Marin, Fran Drescher,

Nazione: Messico
Produz: Jean Doumanian Product.
Durata:
93'
Genere: commedia

Filmografia


LA TRAMA: Ho solo fatto a pezzi mia moglie

COLTO DA UN IMPROVVISO IMPETO DI GELOSIA, IL MACELLAIO TEX (WOODY ALLEN), UCCIDE LA MOGLIE CANDY E NE FA A PEZZI IL CADAVERE. DURANTE IL TRASPORTO PER OCCULTARNE I RESTI, LA SFORTUNA VUOLE CHE L' IMPROVVISATO KILLER PERDA UNA MANO NEI PRESSI DI UN VILLAGGIO MESSICANO. MA ECCO IL MIRACOLO: UN' ANZIANA DONNA CIECA INCIAMPA NELLA MANO E INASPETTATAMENTE RIACQUISTA LA VISTA. DA QUESTO MOMENTO LA MANO SANTA, ESPOSTA NELLA CHIESA DEL VILLAGGIO DI EL NIO, DISPENSA MIRACOLI A CHIUNQUE LI CHIEDA. HA INIZIO COSI' UNA SERIE DI ESILERANTI ED IMPREVEDIBILI SITUAZIONI.


APPROFONDIMENTI: Ho solo fatto a pezzi mia moglie



RECENSIONI: Ho solo fatto a pezzi mia moglie

Piovono sassolini

Chiariamo subito una cosa: il film di Arau non è irriverente nei confronti della religione. La prende a pugni, e non solo quella. L’improbabile vicenda rivela la parte peggiore dei burocrati cattolici (i tre "ispettori" inviati dal vescovo), sospettosi ed arcigni ma prontissimi a ricredersi, delle istituzioni (il sindaco), troppo prese a contare mazzette per preoccuparsi seriamente del rispetto delle leggi, e dei poliziotti, violenti Callaghan invischiati in faccende poco limpide, dei mezzi di comunicazione, in grado di distruggere in pochi secondi l’autenticità della vita (la televisione anteposta al miracolo della fontana e dell’albero, la donna ex cieca che si trucca per essere intervistata), e soprattutto della gente comune, quella che va in chiesa solo nella speranza di un miracolo (intendiamoci, cose fondamentali, tipo far sparire i brufoli o avere tette più grosse), quella che chiude gli occhi sulle proprie contraddizioni (il prete che ha per amante una prostituta), quella che si fa condizionare dal giudizio degli altri perché è più comodo non pensare (il medico, che non crede ai miracoli ma nemmeno li nega), quella che ammette che non è possibile sapere razionalmente se Dio esiste ma spera lo stesso in una risposta coerente (Tex, che interroga la moglie defunta, la quale risponde alzando il dito medio). Se tutta questa foga fosse stata governata da un regista in grado di calibrare i colpi, avremmo un capolavoro di perfidia ed ironica disperazione. Ma qui abbiamo Arau, che dirige sempre con la mano sinistra e non ha nessuna voglia di rinunciare alla storia d’amore alla "Uccelli di rovo", ed ecco quindi un divertimento agreste un po’ noioso, molto gratuito (con giochi di parole da bambini sulla "mano" e grossi falli finti) e quasi completamente scontato, cui neppure pur un attimo siamo in grado di dedicare più di un sorriso di compatimento. Nel generale grigiore, qualche nota positiva: la fotografia di Storaro, ad esempio, un trionfo di ori e luminescenze che fa dimenticare la povertà del budget. E soprattutto, la presenza di Woody Allen e Sharon Stone, di nuovo insieme a vent’anni da "Stardust Memories". Improbabili coniugi, lui macellaio newyorchese (naturalmente!), innamorato alla follia, accompagnato da una vezzosa cagnetta; lei svampita cameriera dai mille amanti, trasformata dal beffardo Caso in santa, anzi in Vergine (proprio Sharon, il sex symbol dei ’90), con tanto di mano miracolosa (la sinistra, quella del diavolo). Il loro incontro, lui in carcere, braccato da polizia e fedeli, lei evasa dal Paradiso e finalmente in grado di fumare, è un gioco di sguardi, battute smozzicate e sorrisi di rimpianto, che i due affrontano in sottotono, con leggerezza davvero alleniana, letteralmente cancellando il resto del cast, dal poliziotto scemo di Kiefer Sutherland al prete non integerrimo, ma in fondo nobile, di David Schwimmer. Micidiale la performance della Cucinotta, nel ruolo della puttana pentita: ma chi crede di essere, Barbara Hershey? È tutto qui quello che sappiamo esportare? D’accordo, la tesi del film è che "tutto nel mondo è burla". Ma perché farci ridere dietro?

Stefano Selleri

 

Recensione di Enrico Magrelli, "FilmTv", a.8 n.42:

Buco nell'acqua del regista messicano Alfonso Arau. Una commedia ridicola che spreca un cast a dir poco sorprendente. Woody Allen protagonista per caso.
Woody Allen, con il cappellone da texano, è un macellaio uxoricida che ha l'aria triste e stanca di un clown invecchiato che si finge frizzante e divertente. Sharon Stone è la moglie ninfomane fatta a pezzi e gioca con il ruolo, appena abbozzato, della donna fatale. Maria Grazia Cucinotta è una prostituta sulla via della redenzione e fa la Cucinotta. Il regista Alfonso Arau fa rimpiangere il suo passato da attore, e imbastisce una commedia nera che vorrebbe essere grottesca e amorale. Le porzioni abbondanti della donna macellata finiscono sotto terra, tranne una mano, con le dita laccate e il medio proteso verso il cielo nel classico insulto da film anglosassone. Quella mano diventa oggetto di culto nella chiesetta di un paesino di cartone del New Mexico. Noioso, discretamente volgare. I tanti attori coinvolti dovrebbero fare causa al regista.

M.GRAZIA CUCINOTTA

 


INTERVISTA AD ALFONSO ARAU

Alfonso Arau, regista di "Ho solo fatto a pezzi mia moglie" racconta l'incontro con Woody Allen e la Cucinotta.
E svela un segreto: la commedia può essere solo sovversiva...

Alfonso ArauAlfonso Arau regista del non dimenticato "Come l'acqua per il cioccolato" e attore per Sam Peckinpah nel leggendario "Mucchio Selvaggio" (era Herrera, uno dei bravacci di Mapache). Al cineasta messicano chiediamo la sua ricetta: quella che gli ha permesso di riunire - in un piccolo film indipendente di cui fanno parte anche Elliott Gould, Kiefer Sutherland e David Schwimmer - tante star tutte insieme.
«Niente ricetta, è una semplice serie di miracoli - spiega il regista-. Il primo è stato scovare questa sceneggiatura che giaceva da 5 anni sepolta sotto mille scartoffie nella mia agenzia. Quando poi ho saputo che Allen aveva preso contatti proprio con questa società, per lavorare come attore con altri registi, gli ho mandato il copione. Aveva almeno altre 20 proposte, ma già dopo una settimana ha voluto incontrarmi a New York nel locale dove lui suona il lunedì. Ci siamo parlati per più di un'ora e poi, tornato in albergo, mi ha chiamato il mio agente per dirmi che aveva accettato».

Cosa l'aveva convinto?
«Probabilmente le stesse cose che hanno attratto me. Io sono diventato famoso in tutto il mondo con il romantico "Come l'acqua per il cioccolato" ma sono in pochi a sapere che prima ho sempre fatto commedie estreme, politicamente scorrette, convinto che umorismo e poesia debbano esser sovversivi per essere buoni. Perciò questo è stato, oltre al realismo magico, la scorrettezza politica, l'irriverenza, l'equilibrio tra umorismo e fede, senza però mai offendere, mancare di rispetto, l'elemento che più mi ha divertito e che di certo è piaciuto anche ad Allen, che politicamente scorretto lo è stato per tutta la vita».

E Sharon Stone?
«Come si è sparsa in giro la notizia che di questo mio lavoro facevano parte Allen e Vittorio Storaro, con cui già stavo lavorando per "Zapata", il mio prossimo film interpretato dal peruviano-americano Benjamin Bratt, mi è arrivata una lista di star disposte a farsi pagare il minimo sindacale pur di esserci. Ed ecco materializzarsi Sharon Stone per soli 1700 dollari. Insomma, un altro miracolo».

E uno, invece, è capitato alla Cucinotta, che in effetti è molto famosa in Italia ma c'è anche chi storce il naso sulle sue qualità di attrice...
«Nemo profeta in patria. A me piace molto, ha un talento forte, è bella e dolce e poi reagisce molto bene alle indicazioni di regia. L'ho conosciuta in Argentina, doveva consegnarmi un premio ad un festival. L'ha fatto senza dire una parola, poi, stimolata dal conduttore, mi ha detto tutto d'un fiato: vorrei lavorare con lei nel suo prossimo film. Quando poi l'ho chiamata a Roma non ha nemmeno voluto leggere la sceneggiatura. Ha detto subito di sì».

di Marina Pertile, "FilmTV", anno 8 n.41