Interiors regista, sceneggiatore dvd8 1979 commedia
   (Interiors)

Regia: Woody Allen
Sceneggiatura.: Woody Allen
Fotografia: Gordon Willis
Scenografia: Mel Bourne
Costumi: Joel Schumacher
Musica: Tommy Dorsey
Montaggio: Ralph Rosemblum

Un dramma psicologico (i cui numi tutelari sono Bergman e Cechov) con attrici eccelse, tra cui spicca M. Stapleton, nominata agli Oscar con G. Page e W. Allen (sceneggiatura, regia).

Interpreti: Diane Keaton (Renata), Geraldine Page (Eve), Mary Beth Hurt (Joey), Kristin Griffith (Flyn), Maureen Stapleton (Pearl), E.G. Marshall (Arthur), Sam Waterston (Mike)

Nazione: USA
Produz: United Artists
Distribuz.
Warner
Durata:
93', colore
Genere: commedia

Filmografia


LA TRAMA: Interiors

Eve, un'arredatrice d'interni, è sposata con Arthur, un avvocato, dal quale ha avuto tre fglie: Renata, una poetessa di successo, Flyn, attrice alle prime armi, e Joey, la più fragile delle tre. Un giorno, Arthur abbandona Eve, che tenta il suicidio. La donna cerca conforto nelle figlie, che a loro volta vivono difficili situazioni esistenziali. Arthur torna da un viaggio in Grecia con Pearl, una donna che ha deciso di sposare. Le figlie si oppongono alla volontà del padre, ma senza successo. Eve, pur reagendo istericamente, entra in profonda crisi. Tutta la famiglia si riunisce in una villa sul mare per le nozze di Arthur. Durante la notte, Eve, sconvolta, si allontana verso l'oceano in tempesta. Joey la segue tentando inutilmente di salvarla. La giovane viene riportata a riva dal marito e Pearl le pratica la respirazione bocca a bocca. Al funerale, le tre figlie si separano. Joey tenta di descrivere la propria infelicità in un diario.


APPROFONDIMENTI: Interiors

Budget: $10m (USA)
Filming Dates: October 1977 - January 1978
Release Dates: August 2, 1978 (USA), December 21, 1978 (West Germany - Innenleben), March 21, 1979 (Sweden), March 30, 1979 (Finland)



PREMI E RICONOSCIMENTI: Interiors

 


CURIOSITA': Interiors


  • Il film ebbe 4 nomination agli Oscar: Regia, sceneggiatura e le due attrici Geraldine Page e Maureen Staphelton

 


CITAZIONI: Interiors

 

  Frederick  Richard Jordan
  Renata Diane Keaton
Renata (...) Ci sarà anche Flyn.
Frederick Ah! Fantastico! Così sapremo gli ultimi pettegolezzi di Hollywood.

COMMENTI: Interiors

Una ricca famiglia entra in crisi quando il babbo annuncia la sua decisione di andarsene di casa. La separazione provvisoria diventa poi una fuga (con matrimonio) provocando la depressione della moglie e il dolore delle tre figlie. E un film sulla deformazione delle emozioni, su persone incapaci di avere un contatto sano con i propri sentimenti. Un dramma psicologico (i cui numi tutelari sono Bergman e Cechov) con attrici eccelse, tra cui spicca M. Stapleton, nominata agli Oscar con G. Page e W. Allen (sceneggiatura, regia).

Il Morandini, Zanichelli Editore


 

Recensione da "Il Mereghetti 2000":

Primo film di Allen in cui non compare come attore, è un esplicito omaggio al cinema di Bergman, sia per le affinità tematiche, che per la sofisticata fotografia di Gordon Willis, "citazione" di quella di Sven Nykvist. Nella cinematografia del regista segna una svolta drammatica che all'epoca fu poco apprezzata dalla critica europea: in realtà pur rinunciando al consueto umorismo, Woody si mostra sicuro nel padroneggiare storia (scritta da solo), regia e direzione degli attori.

 


Da il Cinematografo.it

primo film drammatico di Allen. Il colore diventa un elemento espressivo, specchio dell’anima dei personaggi (è la lezione di Sussurri e grida di Bergman). I modelli drammaturgici sono però teatrali: O’Neill, Ibsen, Cechov.

Fuggendo dall’esteriorità, i personaggi cercano una dimensione profonda che li accolga (l’arte), ma si condannano alla solitudine e all’angoscia. Tema che ricorrerà nella maturità di Allen. L’arte è qui distacco e sostituzione della vita.

 


RECENSIONI: Interiors

Emanuela Martini, CineForum

Se si potesse riassumere con una parola la complessità di significati ed emozioni che un film porta in sé, la parola giusta per Interiors sarebbe forse «rarefazione»; o meglio, sarebbe la parola che più di altre congloba la nitidissima corrispondenza che nel film esiste tra il narrato e lo stile: da una parte una storia di tante sconfitte, insoddisfazioni e incapacità esistenziali la quale, nonostante la sua oggettiva drammaticità, non sfocia mai nell'esplosione tragica. Anche il suicidio è una dignitosa e sterile dichiarazione di impotenza. Dall'altra, uno stile che, anche nei momenti delle confessioni intime davanti allo specchio, si contiene con rigorosa autodeterminazione, mantenendosi sempre al di sotto di qualsiasi esplosione tonale. Non ci sono pianti, lacerazioni intime, scatti isterici ai quali venga concessa una scansione narrativa capace di trascinare nella propria spirale sentimentale lo spettatore. Specchio dei personaggi, il film cela e controlla le proprie emozioni.

Da qui ad accusare il film di non essere altro che una fredda e ingenua esercitazione su immagini bergamiane il passo è breve. Che Bergman c'entri, e tanto, nella composizione figurativa è evidente e dichiarato apertamente, inquadratura dopo inquadratura, dall'autore stesso. Di Bergman manca la passionalità straziante e sopra le righe che, almeno da Sussurri e grida in poi, ha lacerato il suo rigore analitico. E spesso freddezza è una brutta parola di valenza negativa che si sovrappone ad altre quali pudore, timidezza, dignità, o anche incapacità o impossibilità a trascinare gli altri in un universo di desolazione che è tutto interiore.
Sopra la crisi della famiglia e della coppia borghese, sopra la sterilità del ruolo dell'intellettuale, sopra l'incapacità, non solo a realizzarsi, ma a scoprire i modi della propria autorealizzazione, per Woody Allen, il comico, c'è la solitudine totale e non comunicante dell'individuo. Allen ha semplicemente espresso qui in termini razionalizzati (e quindi necessariamente drammatici) l'inevitabile conclusione cui giungono tutti gli altri suoi film: tra Allan Felix che confusamente intuisce di poter contare solo sull'amicizia di Bogart, Boris Grusenko razionale e critico ma non al punto di non farsi ingannare dall'ultimo mito, Alvy Singer e Annie Hall che accettano consapevolmente di non potersi aiutare, e tutti i personaggi di Interiors esiste un'unica differenza. In questo film tutto è già successo, e, per questo, probabilmente, esso ha preso forma drammatica in tutti gli altri film conoscevamo anche la successione dei momenti felici, l'incontro, l'euforia, gli sforzi a far rientrare le tensioni; qui siamo posti subito dinanzi a precisi dati di dissoluzione, agli stati d'animo di persone che hanno già capito, nonostante formalmente riproducano lo stanco cliché del vivere in coppia, di essere sole con le proprie irrealizzazioni e i propri fantasmi. E la solitudine si traduce nell'andamento monologante del film, dove, accanto ai lunghi a solo davanti alla macchina da presa (un artificio narrante che Allen ha sempre utilizzato in prima persona nelle opere comiche), gli interminabili dialoghi sono, più che scambi, constatazioni di impotenza comunicativa. Ognuno racconta a se stesso le proprie angosce e rimane solo nel proprio scorcio di paesaggio o di interno.

La freddezza si svela quindi come lucidissima adesione alla fragilità della materia narrata, come costante controllo affinchè non venga snaturato in senso melodrammatico o patetico uno stato emozionale per propria essenza meditativo. Davanti a tale dichiarazione di sconforto totale diventa abbastanza superfluo anche sul significato da attribuire alla figura e alla vitalità di Pearl; Pearl è «altro», ce lo dice, più delle sue parole, il rosso che indossa, ma ciò non significa che necessariamente debba essere spontaneità di vita contrapposta a una classe morente; chiassosa come le molte madri ebree di Allen, Pearl è una scelta diversa, probabilmente non felice, certamente niente affatto ingenua e spontaneistica, come possiamo «leggere» nella intensissima e (anche questa) controllatissima interpretazione di Maureen Stapleton. Sul suo personaggio il film all'apparenza si distende, ricreando le atmosfere di commedia tipiche di Allen; ma solo all'apparenza, dal momento che Pearl ha insita la carica tragica del diverso coinvolto in interazioni ostili o comunque critiche. Insieme a Joey è la proiezione più palese di alcuni dei tratti caratterizzanti il personaggio ricorrentemente impersonato dallo stesso Allen, ed è anche il personaggio del film che meglio dimostra come non esista soluzione di continuità tra comicità e dramma (e in questo senso è indicativo il progressivo inasprimento di tono che un montaggio esemplare imprime alla sequenza del ricevimento di nozze): il comico non è niente altro che la raffigurazione più esasperatamente autocritica e razionale del tema della solitudine.


 

Da lankelot.eu


Dopo il successo di pubblico e critica ottenuto nel 1977 con Io e Annie (premio Oscar per film, regia e sceneggiatura), Woody Allen, fino ad allora incline ad una vena di commedia prima comico-stralunata, poi ricercata e colta, con Interiors costruisce la sua prima incursione nel cinema drammatico. Lo fa ispirandosi a colui che ha sempre ritenuto essere una sorta di mentore della settima arte: Ingmar Bergman. Il primo elemento che connota l’approccio al dramma è proprio quello caratteristico dei film bergmaniani: una fotografia che si fa espressione e che sovrasta con luci oscure i tratti somatici dei volti, che sfuma lentamente sui primi piani, e che sostituisce le parole nei momenti di turbinio emotivo. Allen, più verboso di Bergman nei dialoghi, sceglie una misura a lui inconsueta proprio per avvicinarsi al Maestro scandinavo; riuscendovi a volte. Il tutto ad uso di una trama che ha il suo fulcro narrativo nell’incapacità d’espressione dei sentimenti:
 
Tre sorelle, Joey (Mary Beth Hurt), Renata (Diane Keaton) e Flyn (Kristin Griffith). La prima sempre insicura e in cerca d’approvazione, la seconda poetessa di talento, la terza attrice hollywoodiana non troppo famosa. Joey, la più giovane, è in eterna competizione con Renata, ha velleità artistiche non supportate da adeguato talento e convive con un uomo politicamente impegnato. Renata è piena di sé e della sua arte, è sposata con un romanziere frustrato, perennemente ubriaco e subalterno al talento della moglie. Flyn è la più lontana dalla famiglia, vive del suo lavoro e non cerca molto di più di ciò che ha. Quando Arthur (E.G. Marshall), il padre delle tre, lascia la moglie Eva (Geraldine Page) ed è in procinto di risposarsi con una donna (Maureen Staphelton) appena conosciuta, il dramma latente dei sentimenti inespressi si libera: tra angoscia, dolore e rimorso. La madre non accetta l’allontanamento del padre, comincia cosi per lei una crisi senza fine che la porta più volte in clinica. Eva è stata una donna piena di sé e delle sue capacità d’arredatrice, ha considerato sempre Renata la migliore delle tre sorelle, con sommo dispiacere di Joey. La cornice dell’evolversi del dramma è una casa sul mare, il giorno del matrimonio di Arthur al quale sono tutti presenti, tranne Eva. La felicità dei neo sposi stride col vuoto comunicativo che aleggia tra il resto dei convenuti. Per quanto si vogliano trattenere, i sentimenti saranno costretti a fuoriuscire, ma non in modo virulento. E, con sorpresa di Joey - l’unica che la vedrà e che le parlerà - , Eva è li con loro, nonostante il per lei triste evento: si è nascosta nell’ombra. Ascolta e si lascia intravedere. Per l’ultima volta.
 
 
A dispetto di ciò che i meno avvezzi al cinema del regista newyorchese possono immaginare, il genere dramma e affini si addice ad Allen. Ultimo brillante esempio è Match point, ma si possono citare anche Settembre (l’ altro suo “film bergmaniano”), Stardust Memories, Un’altra donna e Crimini e misfatti. Concentrato esclusivamente a girare le sue storie, Allen spesso da il meglio di sé. Qui lo stile è impeccabile, i tempi della narrazione congruenti ai toni dei dialoghi e all’ambientazione scelta, la direzione degli attori pressoché perfetta. Nonostante ciò, Bergman è ancora difficilmente avvicinabile per queste vie che, è giusto dire, non vogliono essere una rilettura o un calco delle pellicole del cineasta svedese, ma un cinema a sé che cerca in certo stile la sua ispirazione. Il modello è decisamente Sussurri e grida, nella scelta delle inquadrature e nell’uso della luce; Bergman è comunque più essenziale e meno dispersivo nei dialoghi, più a suo agio nel creare l’atmosfera da dramma intimo - e teatrale - dalla prima all’ultima scena.
 
Detto ciò, ed esaurito l’omaggio quanto mai dichiarato del regista newyorchese a Bergman, analizziamo la tematica di fondo della pellicola: l’incomunicabilità del sentimento. E qui, meno che nel caso precedente, ma sempre riconoscendo un modello cinematografico a lui caro, Allen approfondisce un tema congeniale a Michelangelo Antonioni (anch’egli tra i suoi ispiratori della prima ora). L’arte è la dimensione in cui avviene il cortocircuito comunicativo; è l’oggetto, ma anche il soggetto della contesa emotivo-sentimentale. In base alle qualità artistiche Eva stabilisce la sua gerarchia dei sentimenti: Renata è in cima ai suoi pensieri, ma ella ha attenzione solo per il suo ego, al contrario Joey vive il conflitto odio-amore nei confronti della madre, perché non corrisposta nel sentimento, essendo essa mediocre artista. L’arte – o, sarebbe meglio dire, la proiezione di ciò che i personaggi immaginano debba essere - si fa soggetto perché domina le esistenze dei protagonisti: chi più e chi meno ne viene fagocitato (vedere cosa accade al marito di Renata). E allora, alla vita si sostituisce proprio l’arte, che diventa, nella totale inconsapevolezza di tutti, giustificazione e soluzione a fallimenti umani ed esistenziali: ciò che aleggia su ogni personaggio, nell’angoscioso - e trattenuto -  finale, è un senso di solitudine di difficile, quanto improbabile estinzione.

 


CREDITI COMPLETI: Interiors

 

Directed by Woody Allen

Writing credits Woody Allen

Cast (in credits order)
Kristin Griffith .... Flyn
Mary Beth Hurt .... Joey
Richard Jordan .... Frederick
Diane Keaton .... Renata
E.G. Marshall .... Arthur
Geraldine Page .... Eve
Maureen Stapleton .... Pearl
Sam Waterston .... Mike
Missy Hope .... Young Joey
Kerry Duffy .... Young Renata
Nancy Collins .... Young Flyn
Penny Gaston .... Young Eve
Roger Morden .... Young Arthur
Henderson Forsythe .... Judge Bartel

Produced by Robert Greenhut .... executive producer
Charles H. Joffe .... producer
Jack Rollins .... producer (uncredited)

Cinematography by Gordon Willis

Film Editing by Ralph Rosenblum

Casting by Juliet Taylor

Production Design by Mel Bourne

Set Decoration by Mario Mazzola
Daniel Robert

Costume Design by Joel Schumacher

Makeup Department
Fern Buchner .... makeup artist
Romaine Greene .... hair stylist

Production Management
John Nicolella .... production manager
John Nicolella .... production supervisor

Second Unit Director or Assistant Director
Martin Berman .... first assistant director
Ira Halberstadt .... dga trainee

Art Department
Joseph Badalucco Jr. .... carpenter (as Joseph Badalucco)
James Mazzola .... property master
Cosmo Sorice .... scenic artist
James Sorice .... scenic artist

Sound Department
Nathan Boxer .... sound (as Nat Boxer)
William S. Scharf .... assistant sound editor (as William Scharf)

Other crew
Aaron Beckwith .... extras casting
Clifford Capone .... wardrobe
Kay Chapin .... script supervisor
Barbara De Fina .... production office coordinator
Marc G. Greenberg .... production accountant
Brian Hamill .... still photographer
Jim Hovey .... first assistant camera (as James Hovey)
Margaret B. Hunnewell .... production assistant (as Margaret Hunnewell)
Edward Iacobelli .... transportation captain
Scott MacDonough .... unit publicist
Patrick McCormick .... production assistant
Susan E. Morse .... assistant film editor
Sonya Polonsky .... assistant film editor
Herb Wagreich .... camera operator
Dusty Wallace .... gaffer
Robert Ward (IV) .... key grip
Charles Zalben .... production assistant
Carl Zucker .... location coordinator