Wild Man Blues attore dvd8 1997 documentario
   (Wild Man Blues)

Regia: Barbara Kopple
Sceneggiatura: Barbara Kopple
Fotografia: Tom Hurwitz
Scenografia: Tom Hurwitz
Montaggio: Lawrence Silke
Musiche: B. Kopple, R. Miller
Casting: J. Taylor e L. Rosenthal

Versione originale in inglese. La pellicola segue un tour europeo del 1996 di Woody Allen e del suo gruppo, la New Orleans Jazz Band, così come la sua relazione con Soon-Yi Previn.

Interpreti: Woody Allen (Sè stesso), Letty Aronson (Sè stessa - Sorella di Woody), Soon-Yi Previn (Sè stessa), Dan Barrett (trombone), Simon Wettenhall (tromba), John Gill (batteria) Greg Cohen (basso), Cynthia Sayer (tastiere), Eddy Davis (direttore)


Nazione: USA
Produz: Jean Doumanian Product.
Distribuz: Cecchi Gori
Durata:
104'
Genere: documentario

Filmografia


LA TRAMA: Wild Man Blues

Versione originale in inglese, sottotitolata. La pellicola segue un tour europeo del 1996 di Woody Allen e del suo gruppo, la New Orleans Jazz Band, così come la sua relazione con Soon-Yi Previn. Tra pubblico e privato sfilano la band, i familiari, i teatri, gli alberghi, i fan, i paparazzi, l'immancabile humour e le onnipresenti nevrosi. La colonna sonora del documentario è interamente composta da brani interpretati dalla band, ed è stata pubblicata nel 1997.

LA TRAMA LUNGA: Wild Man Blues

E' il documentario girato durante la tourn ée che Woody Allen e la sua jazz band hanno effettuato in Europa nel corso del 1997. Il tour è durato 23 giorni ed ha toccato 18 differenti città europee. Attraversando sette Paesi, Allen e il suo gruppo suonano ogni sera davanti ad un pubblico numeroso ed entusiasta. La m.d.p. si muove tra i tanti momenti che scandiscono la giornata. Ecco la preparazione degli spettacoli, con la scelta dei brani e le prove; ecco Allen che incontra i fan circondato dai fotografi; eccolo salutare amici che vanno a trovarlo. E poi c'è Allen nei momenti privati, nelle stanze d'albergo, con la sorella e i collaboratori più fidati. Allen scherza, ironizza, si lascia andare a riflessioni improvvise, cerca di osservare se stesso impegnato in un universo caotico che ricorda tanto il circo felliniano. Quando torna a New York, Allen va a casa dei genitori e fa vedere i regali comprati in Europa. Poi la mamma comincia a parlare per ringraziarlo.


APPROFONDIMENTI: Wild Man Blues


"WILD MAN BLUES" Sinossi

L'artista Woody Allen idolatrato e schernito, il personaggio Woody Allen assurto a icona della nevrotica way of life newyorchese, l'uomo pubblico Woody Allen passato dagli altari dell'unione perfetta con Mia alla torbida polvere da tabloid dell'unione paraincestuosa con Soon-Yi, ed il Woody Allen suonatore di clarinetto... Se nella dignitosissima "New Orleans Jazz Band" non avesse suonato questa autentica leggenda della cultura contemporanea i teatri di mezza Europa non si sarebbero colmati: ne tantomeno a qualcuno sarebbe venuto in mente di girare un documentario "in presa diretta" sulla fortunata torunée . Eppure questo film restituisce il riscatto del claustrofobico Woody dalle troppo chiacchiere che ne hanno celato al pubblico la reale dimensione.


COMMENTI: Wild Man Blues

Povero Vincenzo Mollica, sbeffeggiato come non mai dal documentario di Barbara Kopple Wild Man Blues che resoconta la tournée jazz di Woody Allen dell’inverno 1996. Chiamato a introdurre il concerto all’opera di Roma, di fronte a un pubblico tutto damazze e autorità, il giornalista più buono della Rai si ritrovò a gestire un Allen malmostoso e impaziente pronto a irrompere sul palco a metà della presentazione. «Questi si stanno addormentando», sibila l’attore-clarinettista scalpitante nel backstage, ed eccolo, un attimo dopo, raggiungere i microfoni con l’intenzione di suonare più a lungo del solito, per il solo piacere di ritardare la cena alla poco jazzistica platea. Il reverente Mollica non è il solo a farne le spese, giacché il film, uscito nelle sale venerdì scorso, si diverte a ironizzare volentieri sulla consuetudine tutta italiana di omaggiare istituzionalmente il divo di passaggio. Dovreste vedere con quale faccia l’ipocondriaco e depresso Allen si sottopone agli incontri in Comune con i vari sindaci, dai quali, inevitabilmente, esce con qualche targa o medaglia. E se a Venezia cammina per calli e callette accanto conversando con Cacciari, a Bologna ringrazia Dio che il Vitali non spiccichi una parola di inglese. Due volte «oscarizzata» (la prima volta per il documentario Harlan County Usa, su un duro sciopero minerario), Barbara Kopple è cineasta di notevole gusto e versatilità: il suo talento emerge anche da questo Wild Man Blues, tutto giocato sul piacere di comporre «on the road» il ritratto privatissimo di un personaggio pubblico poco incline a mettersi in mostra. È un Woody Allen insolitamente disponibile quello che, accompagnato dalla petulante compagna Soon-Yi e dall’amabile sorella Letty, si espone alla curiosità della cinepresa, pronta a cogliere ogni sfumatura psicologica dell’artista, sia essa lo spaesamento negli alberghi di lusso o il tedio di fronte ai complimenti delle sue fans. «Non pagherebbero 10 cents per vedere un mio film, ma se cammino per strada impazziscono», mugugna Allen tra una gita in gondola vissuta come un’avventura e un party post-concerto. Diciamo la verità: come jazzista Woody non è un granché. Pur sorretto da un pimpante quintetto animato dal banjoista Eddy Davis, il cine-clarinettista ha un’intonazione incerta e un fraseggio ingessato, anche quando si confronta con classici come «Down By The Riverside». Ma se dovunque, nel corso di quei 23 giorni, fece il tutto esaurito qualche motivo doveva pur esserci.
Michele Anselmi, l’Unità, 22/9/1998


La Kopple è cineasta rigorosa, artefice di uno sguardo militante e oggettivo che l’ha portata ad analizzare sia eventi collettivi come lo sciopero dei minatori americani (Harlan County USA, 1977), la lotta contro il nucleare (No Nukes, 1981) e il sogno americano (American Dream, 1991), sia vicende individuali come quella di Mike Tyson (Fallen Champ: the Untold Story of Mike Tyson, 1993). Il caso di Wild Man Blues sta a cavallo fra le due tendenze e racconta la tournée europea di Woody Allen e della sua jazz band. Il pretesto sarebbe quello di mostrare il back-stage, ma la Kopple va ben oltre tali premesse. Filmando senza concessioni, con pazienza e soprattutto senza quasi mai interagire col soggetto filmato, la regista ci dice ben poco di Allen musicista. In compenso fornisce un lucido ritratto dell’uomo e dell’artista.
Wild Man Blues è in effetti una riflessione sulla celebrità e sull’effimera messa in scena della stessa. Da una parte la realtà, dall’altra la rappresentazione: in mezzo non solo musica, ma anche memoria, cerimoniale, rapporti fra pubblico e privato. E soprattutto un uomo incerto fra il vivere e il recitare, un “io” vagabondo sulla soglia fra persona e personaggio, uno Zelig che si mostra, si nasconde, si trasforma. Proprio come gli eroi dei suoi film, tragici, comici, pirandelliani, orfani di Bergamn e di Fellini. Il merito della Kopple è quello di farsi dimenticare, di diventare un oggetto stesso della messa in scena documentaria. Solo così essa riesce a registrare lo “scandalo” che la vita ripropone a ogni passo: evidenziando alcune “verità” su Allen e sul mondo che gli orbita attorno, quello intimo e familiare, ma anche quello del pubblico cinefilo. Da una parte emerge così la figura di un uomo “impossibile”, preda di minuziosi rituali, di nevrosi, appena mitigati dall’autoironia e dalla presenza di Soon Yi, vera moglie-madre-figlia-amante. Dall’altra la pletora dei postulanti di celebrità, adoratori di icone: dalla massa dei fan, che precede e segue ogni sua comparsa in pubblico (in incontri al contempo esilaranti e mortificanti) ai sindaci italiani che sfruttano politicamente l’immagine del cineasta-musicista in incontri che si concludono immancabilmente con un trofeo o un libro (e Allen che commenta perfido: «Meno male che non parlano l’inglese»).
Luciano Barisone, Cineforum n. 367, 7/1997


da "Il Mereghetti 2000":

Tra pubblico e privato, sfilano la band, i familiari, i teatri, gli alberghi, i fan, i paparazzi, l'immancabile humour e le onnipresenti nevrosi in un film che, rispetto a quelli dello stesso Allen, fa uno strano effetto di stranimento. Nessuna rivelazione e nemmeno uno sguardo particolarmente originale, come ci si aspettava dalla Kopple (autrice di "Harlan County U.S.A."), ma per gli estimatori del regista è un "dietro le quinte" più che piacevole.

 


Ammettiamolo: gli italiani (quelli che vanno al cinema spinti dal fuoco sacro) amano Allen, lo vogliono vedere, incontrare, ringraziare (potrei raccontarvi episodi personali di pedinamento del piccolo newyorchese – per lo più miseramenti falliti – che vi farebbero sorridere... forse). Ecco una buona occasione per seguirlo nelle stanze d'albergo europee, nelle sale da concerto, nelle calli veneziane durante un suo tour come clarinettista jazz di alcuni anni fa. Questo documentario non è per tutti, non è fondamentale, ma è curioso. Se non sbaglio appare anche quella mozzarella ambulante di Mollica (ahimé). Voyeuristico con brio.